Il Vico Rose, la nascita di un borgo

Non esistono testimonianze certe per il toponimo di questa strada. Gino  Doria  nelle sue “Strade di Napoli” dice testualmente : “Ignoro l’origine di questa attraente denominazione floreale”. La denominazione si riferisce  probabilmente ad una antica pianta di rose o un roseto  ivi esistente  ma è una pura supposizione senza nessun riscontro storico.
Franco  De Arcangelis  nella sua “Napoli Per Vie” descrive questo borgo..“una stradina a suo modo molto pittoresca: antiche mura e  rabberciati “bassi “tenuti con civetteria anche, e qua  e là delle piante ed edicole di santi.”

 

La storia dei luoghi

Un piccolo borgo sorto sull’ antica collina della Costagliola successivamente detta”Li Carufi”  da una antica casa colonica dei  Carafa che sorgeva in quel luogo. Quella zona nel Quattrocento era  una riserva  di caccia di Alfonso II di Aragona  ed era descritta : “Tutta boschi e rocce e si estendeva dalla conigliera fino al convento  di Sant’ Erasmo“.  La zona iniziò ad essere urbanizzata  verso il Seicento ma solo alla fine del Settecento prenderà l’aspetto attuale. Il vicolo  inizia  con un supportico quasi nascosto fra i palazzi in  via Salvatore Tommasi (la vecchia via San Potito) va dritto  fino ad una terrazza dove si ammira uno spettacolare panorama che è a strapiombo su antiche muraglie che  degradano sul   Cavone e piazza  Dante. La strada prosegue e girando a sinistra ritorna sulla stessa via   con un altro supportico circondando  tutto il  perimetro del palazzo  dei Minei o Mineo (una nobile famiglia normanna di origine siciliana) in via San Potito 12 (ora via  Salvatore Tommasi).

L’origine del Borgo

Il Mineo acquista il terreno dai Carafa per poter edificare  un nobile palazzo in quel terreno agli inizi della prima metà del 700 ma nacque una disputa giudiziaria che si prolungò per  diversi anni. I padri e i chierici regolari del convento di San Giuseppe dei Nudi non volevano che il palazzo poggiasse sulla loro proprietà (ora il convento è sede degli uffici assistenziali del comune). Lo stesso problema si verificò sull’altro confine con il convento di San Potito delle monache benedettine (poi divenuto, dopo  l’esproprio murattiano nel 1808, una caserma di fanteria trasformata oggi nella  sede del comando regionale dei carabinieri). Entrambi gli ordini ecclesiastici pretesero  che per la costruzione del nuovo immobile fosse lasciata “una zona di rispetto” a difesa dei loro confini. Da ciò  fu ideato il vicolo rose che girando sull’intero perimetro del  palazzo creò una specie di zona franca. Questa soluzione soddisfece tutte le parti anche se raggiunta dopo una lunga disputa giudiziaria. I due conventi poterono vendere o affittare i bassi e i locali che davano su quella nuova stradina   e lo stesso avvenne per i proprietari del palazzo Mineo. I lavori per la costruzione dell’ edificio iniziarono nel 1734 e affidati a Gioacchino Fanciano con la consulenza dell’ ing. Gennaro Dell’Aquila.

Nota sul palazzo Mineo*

Il palazzo  Minei ”fu voluto e fatto costruire nel 1734 dal Don Felice MINEI (la casata dei  Minei  ha origini e provenienza da ” Mineo” ) Giureconsulto; fedelissimo di S.M. Carlo III – non è un caso che il Minei diede il via alla costruzione nell’anno 1734, volendo celebrare la venuta a Napoli di Carlo III – Oltre alle attività giurisprudenziali; politicamente, notevole attivista nel Foro di Napoli; circa, l’introduzione della nuova ideologia dei Borboni nella città di Napoli. Il toponimo ” Vico Rose ” (oggi, difficile, immaginarlo nell’aspetto del 1734) fu anch’esso voluto dal Don Felice Minei; questo Vico Rose; era il viale perimetrico; ricco di piante di rose di vari colori che giungeva al giardino posteriore del palazzo Minei. 

*Nota di Bernardo Antonio (Discendente della famiglia dei Minei)

La concessione del maritaggio

Fu nel  periodo  fra il 1792 e il 1816 che  il vico Rose si popolò creando  un borgo a se stante lontano dai frastuoni e la confusione delle vie vicine (un piccolo paradiso). Probabilmente qualche ricco  nobile senza eredi, volendo premiare la morigeratezza, la pulizia e la concordia che si era creata  in  quella nuova comunità (ma è solo un’ ipotesi, non  esistono documentazioni certe che fossero proprio queste le motivazione) stabilì di concedere alla propria morte, due volte all’anno, un appannaggio di 15 ducati per la dote  di una  fanciulla da marito di quella comunità  e, in caso di mancanza di matrimoni , una somma di 11 ducati da impiegare  nello stesso borgo  ad uso caritativo. Fu così redatto un contratto  di “maritaggio” alla presenza del Notaio  Nicola Ranieri (che operava molto in città in quel periodo) e fu affissa  sul muro d’ingresso della strada  una targa di marmo dove erano sancite  le clausole dell ‘atto. La targa ancora oggi fa bella mostra sul muro della strada a testimonianza dell’antico privilegio del vico.

La targa del  vico rose :

A .M.D.G*

SI FA NOTO AGLI ABITANTI IN QUESTO
COMPRENSORIO DI CASE
CHE DA POSSESSORI DEI MEDESIMO NEI DI
DELLA SANTA PASQUA ED EPIFANIA
IN CIASCHEDUNO ANNO SI DISPENSA
UN MARITAGGIO* DI DUCATI QUINDICI
AD UNA DONZELLA VERGINE IN CAPILLIS *
CHE SI MARITERA’ NELLA CASA DEI
MEDESIMI ABITANTI ED IN MANCANZA
DI DONZELLA DUCATI UNDICI SI
DISTRIBUIRANNO PER SOCCORSO
CARITATIVO ALLE CASE DEI MEDESIMI
ABITANTI IN  DI FESTIVO IL TUTTO
SECONDO I RICHIESTI CONTENUTI
NELL’ ATTO CHE SI CITA D L M
DEL NOTAR NICOLA RANIERI IN NAPOLI

Note:

ADMG * ( Ad Maiorem Dei Gloria Per la maggior gloria di Dio)

VERGINE IN CAPILLIS

*Nel diritto romano la formula indicava la condizione di illibatezza della donna. Nel linguaggio corrente vergine in capillis era l’ adolescente in età da marito o donna ancora nubile; secondo alcuni  le donne nubili erano dette in capillis perché potevano portare il capo scoperto al contrario di quelle maritate che dovevano portare il capo coperto. Secondo altri l’espressione in capillis farebbe riferimento al modo di acconciare i capelli delle fanciulle in età di matrimonio, raccolti in segno di illibatezza e sciolti dopo le nozze.

MARITAGGIO

* L’istituto del maritaggio consisteva nel fornire beni o redditi in favore di donne bisognose. I maritaggi si costituivano normalmente per disposizioni testamentarie da parte dei soggetti che morivano senza lasciare eredi e, in questo caso, era lo stesso testatore che dettava le norme per il conferimento dei maritaggi. Dai Capitoli del Monte Grande di Maritaggi conservati negli archivi del Monastero di San Gregorio Armeno  di Napoli, che costituiscono una fonte da cui poter attingere notizie relative alle regole del maritaggio, si evince che le famiglie che partecipavano al Monte partenopeo erano famiglie nobili e fedeli al sovrano; il governo borbonico, nel 1824, curò nell’ Italia meridionale la conservazione dell’istituzione del maritaggio disponendo che i legati di maritaggio avrebbero dovuto essere amministrati secondo la volontà dei testatori e per favorire l’attuazione di queste opere pie, sin dal 1816, con due decreti, aveva disposto che parte dei proventi del giuoco  del lotto fossero distribuiti ad alunne bisognose per scopi benefici.

Bibligrafia :

Gino Doria “le strade di Napoli ” ed. Riccardo Ricciardi editore seconda ed.1982

Franco de Arcangelis “Napoli per vie” volume 2 ed. La Tipografia 1988

Nicola della Monica “Palazzi e giardini di Napoli” ed. Newton manuali e guide 2016

La pianta Schiavoni

Foto di Antonio Colecchia

Vista dalla terrazza del  vico rose

Dello stesso autore : L’antico borgo del Morcino