Pupi Avati ritorna al gotico padano con un film che rientra nella bellezza dei suoi capolavori del passato. In questa opera cinematografica, Il Signor Diavolo, riecheggia nelle atmosfere il bellissimo fu “La casa dalle finestre che ridono“.

Tratto dall’omonimo romanzo scritto sempre dal regista bolognese, Avati ha dichiarato che questo film, elaborato insieme a suo figlio Tommaso e al fratello Antonio Avati, segna il suo ritorno all’horror e di voler raccontare, ancora una volta, le storie di paura che un tempo erano protagoniste dei racconti narrati la sera accanto al fuoco nelle case di campagna.

L’intero film è permeato da quella stessa atmosfera minacciosa e inquietante dei capolavori gotici ricchi sfumature e di significati evidenti o reconditi, genera una continua sensazione di angoscia strisciante che accompagna lo spettatore per tutta la visione.

La capacità inventare dettagli dal fascino macabro che si compenetrano con i personaggi che appaiono spesso molto diversi da quello che sono. Né è un esempio il quasi indifeso protagonista., sacrificato dalla politica in una realtà a lui sconosciuta, che deve scavare tra i documenti e le dichiarazioni degli inquirenti e strappare con fatica dalle parole biascicate dei vari protagonisti, per arrivare alla verità. E qui vi è una citazione a il Lino Capolicchio de La casa dalle finestre che ridono, indimenticato horror di Avati di oltre quarant’anni fa.

La trama: Roma, 1952. Il giovane funzionario ministeriale Furio Momenté (Gabriel Lo Giudice) viene convocato dal suo superiore per una questione delicatissima: in Veneto, un minore ha ucciso un coetaneo convinto di uccidere il diavolo. Per motivi elettorali la questione va trattata in modo da evitare scandali, perché la madre della vittima è una donna molto potente sostenitrice della causa della maggioranza politica, ma dopo l’accaduto ha cambiato opinione assumendo una posizione assai critica nei confronti della Chiesa e di chi politicamente la supporta. Anche perché la donna supporta la tesi che il giovane assassino sia stato istigato o comunque plagiato da una suora e un sacrestano. Attraverso dei flashback in cui il protagonista ci porta leggendo i verbali degli interrogatori condotti dal giudice istruttore. Conosciamo le vicende di Carlo (Filippo Franchini), Paolino (Riccardo Claut) e il signor diavolo Emilio (Lorenzo Salvatori).

L’atmosfera è sempre efficace, il colpo di scena finale inaspettato, e il film propone momenti autenticamente disturbanti. Molte volte l’uso di rallenty inutili e didascalici forzano la visione, ma forse Pupi Avati è più interessato a ‘dipingere’ in scena quadri in movimento che a raccontare le azioni che avvengono su schermo.

Questo anche grazie alla straordinaria fotografia di Cesare Bastelli che in ogni inquadratura ricerca con accuratezza, e ti incanta. La scelta di una cromia satinata e che spinge al bianco e nero aiuta a immergersi appieno nel mondo gotico e padano di quelle terre prive di anima. Così gli effetti speciali di Sergio Stivaletti davvero ben fatti credibili e con l’impressione di guardare un fantoccio di gomma. Mortificante però la presa diretta e il missaggio sonoro che non siano all’altezza delle musiche e la colonna sonora di Amedeo Tommasi. Ne è un esempio inverosimile del medico-dentista che tocca semplicemente le guance della vittima con una mano, ma dall’audio sembra quasi che lo stia squartando.

Inoltre la presa diretta a volte rende le battute difficilmente comprensibili, unite all’uso dialettale dei protagonisti, giustificato ma allontana alla trama e alla tensione. Soprattutto nel caso della madre di Emilio: l’attrice Chiara Caselli (bellissima interpretazione) che però nello scegliere di usare un tono di voce basso, quasi grattato, molto funzionale per il suo personaggio ne perde forza e si fa fatica a capire cosa stia dicendo.

Il cast si presenta con grandi nomi tutti all’altezza del ruolo interpretato: Alessandro Haber (il sacerdote esorcista), Massimo Bonetti (il giudice), Gianni Cavina (Gino il sagrestano), Iskra Menarini (cugina di Carlo), Lino Capolicchio (don Dario Zanini, il sacerdote), Andrea Roncato (il dott. Rubei), Alberto Rossi (il sottosegretario), Fabio Ferrari (Alberto Collatina), ed altri.

Il film è stato accolto positivamente dalla critica, nel Fatto Quotidiano si legge «è un horror purissimo, serissimo e quello che più conta riuscito», mentre sul Giornale «un’opera raffinata d’ambientazione campestre e d’atmosfera gotica, in cui il terrore emerge da un’indagine sulla seduzione del male»; ed infine, secondo il settimanale Famiglia Cristiana «per Pupi Avati è un ritorno riuscito alla parte più originale della sua cinematografia, quella degli esordi e del sottogenere di cui è geniale capostipite, il gotico padano».

Un film davvero inquietante e dall’atmosfera afosa e sospesa nel tempo… un mondo in bilico tra soprannaturale e superstizione, come uno dei personaggi definisce: “Nella cultura contadina il diverso, il deforme vengono associati al demonio“.