Il Complesso Monumentale di Santa Maria della Pace corrisponde all’ospedale dei frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio e fu eretto nel 1587 con l’omonima chiesa e la Sala del Lazzaretto. L’enorme struttura si erge in via dei Tribunali ed oggi è sede degli uffici della Sezione San Lorenzo-Vicaria di Napoli.

I frati Ospedalieri vennero la prima volta in Napoli nel 1515, chiamati dagli spagnoli per assistere al loro Ospedale dei SS. Giacomo e Vittorio, che nel 1800 si chiamò San Giacomo degli Spagnoli; ma nacque un contrasto fra i governatori dell’Ospedale ed i frati, questi ottennero a quel punto la Chiesa e Casa di Santa Maria d’Agnone.

Finalmente nel 1587 comprarono questo palazzo, che era stato di Ser Gianni Caracciolo del Sole, gran siniscalco del regno e favorito (nonché amante) della regina Giovanna II d’Angiò Durazzo.

Ser Gianni Caracciolo volle l’imponente dimora nei pressi della reggia di Castel Capuano, dove viveva la sua amata regina, ma della sfarzosa dimora resta soltanto il bel potale gotico fiorito, con grande arco polilobato nonché la chiave di volta scolpita con Madonna e Bambino al seno, il basamento antico della muratura del vestibolo del chiostro.

L’opera fu realizzata dal maggior architetto di quegli anni, Andrea Ciccione di Onofrio, che eresse San Giovanni a Carbonara (attribuzione), molti palazzi della zona nobiliari, probabilmente Monteoliveto, e su suo disegno anche la Cappella Pontano.

I frati di questo ordine mendicante, detti anche popolarmente Fatebenefratelli, nati come gruppo da san Giovanni di Dio, laico spagnolo che si dedicò alla cura dei malati, dei poveri e delle prostitute, divenne un vero ordine religioso solo nel 1586, su concessione di papa Sisto V, dopo la guida di fra Domenico Soriano. Sull’idea di questo spedale ne fonderanno altri tra cui Roma e Perugia.

La struttura si sviluppa intorno a due chiostri realizzati a quota diversa per le esigenze della pendenza del sito, appena di lato nel primo cortile seicentesco una botola scende in cripte adibite per la scolatura dei frati, dove venivano impalati o messi in nicchie.

Sulla destra, passando verso il secondo chiostro settecentesco vi è l’entrata del sacello gentilizio di ser Gianni che fino al 1700 fu una ricchissima cappella, detta del Tesoro o Sagrestia, nella quale prendevano possesso delle loro cariche tutti i nuovi magistrati dei Tribunali.

Il chiostro delle aiuole situato sotto l’ambulacro, è su via della Pace mentre il precedente su via dei Tribunali, creando un dislivello di 4 metri, un effetto ottico nasconde la differenza nella pendenza.

Nel passaggio tra i due chiostri vi è una celebre iscrizione, già murata in vico San Nicola dei Caserti, relativa a una condanna a morte di un innocente che la lasciò per ricordare la tragedia: DIO M’ARRASSA DA INVIDIA CANINA DA MALI VICINI ET, DA BUGIA D’HOMO DA BENE. Il proprietario della casa fu condannato per omicidio da falsi testimoni, lasciando in eredità ai fatebenefratelli il palazzo a sola condizione che lasciassero l’epigrafe ai posteri. Oggi, come nel passato, si racconta che appaia questo spirito disperato, fantasma nel chiostro e nel vicoletto.

Risalendo lo scalone dal vestibolo, ci ritroviamo sul terrazzo del primo chiostro, il quale oltre ha regalarci una splendida visuale, sulla sua destra si collega alla chiesa omonima con una pavimentazione di maioliche dei Massa datata, che riportano al centro il simbolo dei frati, ovvero il melograno.

Lateralmente la sala di grande splendore, detta del Lazzaretto. Così chiamata perché questo era uno dei pochi della città che accoglieva i lebbrosi, all’occorrenza anche gli appestati ed altri malati infetti. La sala si presenta lunga 60 metri, alta 12 metri e larga 10 metri con le pareti dove a metà altezza corre un ballatoio in ferro battuto da cui venivano serviti cibo e bevande ai degenti per evitarne il contagio.

Sulla parte superiore del ballatoio, tra le finestre, e sotto la volta si ammirano gli affreschi di Giacinto Diano e Andrea Viola raffiguranti la Vergine Maria e i Santi dell’Ordine di San Giovanni di Dio. Nella parte terminale un pregevole altare, in marmi commessi, del XVIII secolo che separa la sala con la zona che un tempo era destinata a gabinetto medico.

Al centro di questa stanza vi è un tavolo in marmo del 1600 con piedi leonini, luogo che ha una enorme epigrafe, che ricorda che nel 1888 nella struttura si curavano le malattie veneree e della pelle, istituito nel 1888, sotto la guida del dottor Mariano Semmola.

In questo luogo ricco di storia e di arte, molti furono i decessi e tanti i guariti dal tifo, ed è inevitabile andare alla ricerca del significato del Lazzaro. Bisogna esaminare le ipotesi di diversi studiosi, a tal proposito un punto fermo resta l’indagine di Benedetto Croce, il quale cita l’abate Galiani che dedusse che la congettura del nome fosse stato trasportato ai plebei napoletani dai lebbrosi o lazzari, detti così perché avevano per protettore San Lazzaro, ed erano curati in ospedali che prendono il nome di lazzaretti.

Questo passaggio dal malato al popolo si allarga per influsso spagnolo, secondo il Croce, che ricorda che nell’antico spagnolo si trova “Laceria”, nel senso di lebbra e quello di miseria, di conseguenza colui che è devoto del Santo per la tigna (una malattia infettiva di un fungo sulla pelle) e colui che è pezzente e cencioso. A quel punto i signori napoletani spagnoleggianti di lingua come di costumi, dovettero chiamare ripetutamente “turba di lazaros” i popolani laceri e seminudi che attorniavano Masaniello. Costoro, udendo quel nome, ignoranti del vero senso della parola, stimandolo come nome di persona potente e grande, non solo non lo ebbero a male, ma di vantaggio se ne onorarono e fregiarono. Il motivo di tanta onorabilità era di natura religiosa, infatti, credevano che esso discendesse direttamente dal famoso Lazzaro del Sacro Vangelo, colui che nella fine si rialza.