27 settembre 1822: all’Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi, venne esposta la “Lettera a M. Dacier” realizzata dall’archeologo Jean-Francois Champollion. Tale opera illustrava come era stato in grado di scoprire la chiave di decifrazione della lingua dell’antico Egitto: i geroglifici, il cui termine significa “sacra incisione“. Fu grazie alla scoperta – in precedenza – della stele di Rosetta, la cui lastra in basalto contenente un decreto di Tolomeo V scritto in tre lingue differenti – greco antico, demotico e geroglifico – che tale “miracolo laico” si ebbe.

Sfruttando la propria dote naturale per la conoscenza delle lingue antiche, di cui era sempre stato appassionato fin da bambino, Champollion riuscì ad individuare delle “importanti corrispondenze” tra la parte scritta in demotico e quella in greco. Essendo la lingua demotica alquanto simile a quella copta – e fungendo da evoluzione “finale” di quella egizia – fu utilizzando quest’ultima che riuscì ad interpretare ”le incisioni”, che possedevano un proprio valore fonetico in quanto combinazione tra ideogrammi e pittogrammi. Il primo risultato di tale, formidabile intuizione fu una prima lista di faraoni, comprensiva dei relativi anni di regno, per poi iniziare a dipanare – grazie alla collaborazione di altri studiosi – la storia segreta di una civiltà millenaria.