Viene dall’Università della Southern California, in America, la segnalazione di un incremento dei casi riguardanti il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), in riferimento ai problemi legati alla cosiddetta “riduzione dello sviluppo neurologico caratterizzato da alterazioni della crescita e dello sviluppo del cervello o del sistema nervoso”.

I maggiori a soffrirne sono adolescenti che utilizzano molto smartphone e altri dispositivi multimediali, finendo per sviluppare un rischio alquanto maggiore rispetto ai coetanei che, invece, li adoperano poco, evitando di sviluppare disturbi comportamentali che, alla fine, possono influire sul rendimento scolastico, impedendo (a chi ne è affetto) di poter portare a termine compiti assegnati (oltre a prestare attenzione e concentrarsi).

A complicare la situazione di questi “adolescenti iperattivi” è il fatto che i genitori, incapaci di affrontare una tale situazione o malconsigliati da insegnanti o amici, finiscano per rivolgersi immediatamente a psicologi, dando inizio a un “cammino di terapia” lungo ed estenuante che, invece di portare a un eventuale guarigione, può portare chi ne è affetto ad isolarsi maggiormente e a sfruttare quegli apparecchi che, invece dovrebbero evitare per poter “guarire” (per non parlare di  trattamenti con psicofarmaci che contengono metilfenidato o atomoxetina, che possono avere effetti simili alle anfetamine, in caso di abuso o di uso prolungato).

Il dettaglio che sfugge a chi studia tale disturbo è il fatto che smartphone, computer, internet e i vari “dispositivi multimediali” sono solo oggetti; sono coloro che li usano che vanno aiutati, insegnando loro ad utilizzarli in maniera responsabile ed idonea, nel tentativo che non li sfruttino come “sostituti alternativi” alla mancanza di amici o di affetto da parte della famiglia, al posto di droghe ed alcool per riempire un presunto “vuoto” esistenziale che andrebbe colmato in maniera normale.