Prosegue la nostra rubrica di articolo-intervista su alcuni giovani napoletani più o meno affermati grazie alla loro Arte e Passione presso il grande pubblico. L’intento è di raccontare l’esperienza di costoro, che rappresentano la faccia buona e pulita della Napoli che tanto amiamo.
Come diceva Luciano De Crescenzo: “Napoli per me non è la città di Napoli ma solo una componente dell’animo umano che so di poter trovare in tutte le persone, siano esse napoletane o no”. Questo articolo racconta la nostra città attraverso gli occhi, le esperienze e le difficoltà che oggi incontrano i giovani artisti.
L’intervistato è un cantante pop classico, il suo nome è Simone Giordano, un diciannovenne studente al Conservatorio di Benevento, dalla voce calda e suadente, bella presenza ma molto timido. Innamorato della musica di cui è autore, ha già presentato al pubblico il suo singolo “Una Favola Vera” e canta dell’amore.

Chi è Simone Giordano?
Simone è un ragazzo che ama fare musica e che utilizza questa arte per raccontare le proprie emozioni che nel quotidiano non riesce ad esprimere parlando. È un ragazzo che studia al Conservatorio di Benevento, molto semplice a cui piace fare musica.
Come e quando inizia la passione per la musica, tanto da portarti a cercare la via dello studio con l’accademia e il mondo musicale?
La mia passione non è stato un colpo di fulmine, ma un’evoluzione progressiva. Da piccolo guardavo mio padre suonare la chitarra, così ho incominciato ad incuriosirmi a quel pezzo di legno. Quando la presi tra le braccia per la prima volta, era gigantesca, non riuscivo ad abbracciarla o a scivolarci sopra con le mani, e da lì è iniziata quest’idea di strimpellare. Nel tempo crescendo ho capito che volevo qualcosa di più, anzi le chiedevo di darmi qualcosa di più. Così ho deciso di incominciare a studiare e a 10 anni ho preso le prime lezioni private, per poi entrare al Conservatorio.
Quindi devi l’inizio a tuo padre o alla passione e tenacia oltre che a questa popolarità che sta nascendo?
Credo che parlare di popolarità sia troppo presto e quindi se un giorno dovesse accadere questo miracolo devo dedicarlo alla mia famiglia, che tutt’ora mi sostiene ad ogni passo.
La tua famiglia è composta non solo da mamma e papà ma altri due fratelli minori: come ti relazioni con loro, quale fratello cantante che sta cercando e sta avendo successo?
In modo del tutto naturale, perché non vivo in famiglia questo distacco. Siamo semplicemente noi. Io resto il fratello maggiore a cui i fratelli più piccoli chiedono consiglio, e dove posso rispondo, ma questo vale anche nel mio mondo fatto di amici e di persone in genere; non creo mai il distacco nei rapporti interpersonali e qualsiasi traguardo, per piccolo che sia, viene condiviso con la mia famiglia, perché loro sono la mia forza. (sorride)
Non hai ancora finito il percorso accademico, eppure ne hai già iniziato uno parallelo. Quale consiglio ti senti si dare ad un giovane che vuole intraprendere una similare esperienza nel mondo musicale?
(il tono è meno rilassato e più serio) È un mondo molto, molto difficile e citando la frase di una canzone: “…è un mondo in bianco e nero”, come i tasti di un pianoforte e quindi bisogna fare delle scelte e compiere dei sacrifici per portare avanti una passione, e ciò può complicare la vita. Il consiglio dunque, non può che essere di non mollare mai: avvenimenti e persone cercheranno di fare da ostacolo al raggiungimento degli obbiettivi, quindi ribadisco il consiglio, continuare ad andare avanti ed oltrepassare queste barrire, dritto per la propria strada. Ma questo lo dico come Simone, perché non mi considero ancora un’artista completo. Per me essere un artista completo significa riuscire a regalare attraverso la musica e le parole di una canzone delle emozioni, e spero che un giorno ci riuscirò.
Quindi non c’è differenza tra Simone di tutti i giorni e Simone il cantante?
Simone il cantante, se così lo vogliamo chiamare, non è mai esistito. Simone è il Simone di tutti i giorni. Nel primo non riuscirei mai ad identificarmi, perché è diverso da me.
Oggi si tende a conformare tutto e tutti, ad esempio noto che porti degli elementi stilistici dei musicisti come l’orecchino, le unghie lunghe da chitarrista, l’aspetto curato con il baffetto accennato: quanto la tua immagine e la bellezza può essere utile in questo lavoro?
Penso che la bellezza sia una caratteristica fondamentale per stare bene con sé stessi, ma non rientra nei canoni principali dei cantanti di oggi. Certo non si può negare (ride) che sia una carta da giocare per chi vuole fare questo lavoro e possiamo definirla un piccolo asso nella manica, ma sempre relativamente, perché non è quella la caratteristica principale. Ci sono tanti cantanti, non di bell’aspetto, che riescono a raggiungere grandi livelli, tipo Ed Sheeran che raccontava in un’intervista di quando veniva deriso per il suo aspetto da alcuni bulli, tanto da ritenersi un brutto anatroccolo. Oggi è considerato uno dei più grandi rappresentanti della musica internazionale, e non è certamente un adone.
Chi sono i tuoi punti di riferimento, ed oggi quali artisti ritieni che regalino emozioni, le stesse che tu vorresti far provare con la tua musica?
Sono molto legato a Napoli e quindi uno degli esempi per me è Eduardo De Crescenzo; la sua musicalità, i suoi testi e la sua musica restano dentro, così come Pino Daniele. Anche se i veri artisti che emozionano sono quelli che vivono la quotidianità quale fonte di ispirazione; ed infatti, affinché la mia canzone abbia vita, ascolto proprio le persone, i loro discorsi, i loro rumori, i loro suoni e così riesco a tracciare le storie che comporranno le musiche. Si potrebbe dire una rielaborazione della vita quotidiana. Queste sono le caratteristiche e i segreti che possono ispirare e che rappresentano il punto di partenza per la mia musica; quindi il vero artista è colui che riesce a trarre da questo mondo le emozioni.
Hai parlato del tuo amore per Napoli, qual è il rapporto d’amore e d’odio che hai con la tua città, cosa cambieresti, cosa trasformeresti e cosa riutilizzeresti di Napoli?
Ho un difetto. Non so odiare la mia città. Napoli è Napoli, non si può andarle contro, non la si può definire o tracciare in una sola nota o parola, o canzone. Quindi più che cambiare qualcosa di Napoli, cambierei i pregiudizi che si hanno nei suoi confronti. Per non parlare della musica napoletana: quando un cantante nasce a Napoli è ritenuto neomelodico, il sostantivo aggettivo è con disprezzo. Perché? Neomelodico significa nuova musica, nuova melodia e questa idea musicale è nata con Sergio Bruni e Roberto Murolo. Quindi se siamo figli di Napoli e siamo napoletani non dobbiamo creare pregiudizi ma possiamo cambiarli.
Quanto contano per te le parole in un testo, e se sono più importanti della melodia.
La parte musicale e il testo sono un tutt’uno. Entrambi sono sullo stesso piano, quindi equilibrare le due cose e la capacità di raccontarsi in entrambe, è poesia. Se uno dei due elementi è debole, allora si perde tutto. Anche una singola nota o una singola parola divengono un elemento fondante per esprimere un’emozione, quindi devono coesistere sullo stesso piano emozionale.
Tu canti molto dell’amore, come riesce un ragazzo napoletano a rapportarsi tra l’amore musicale e quello delle passioni giovanili?
(ride e abbassa lo sguardo con fare timido) Posso fare un paragone: quando si è giovani e ci si fidanza (se vogliamo chiamarle relazioni serie) si incomincia a non dormire la notte, ma stai bene con te stesso, così anche con la musica. Il mio singolo è nato mentre ero disteso nel letto. Mi è partita l’ispirazione che ho subito portato su carta, e come in un amore giovanile, ho sentito le cosiddette ‘farfalle nello stomaco’. È così che avviene con la musica. È uguale sia amare che fare musica. (poi scappa un’altra risata) Non è semplice ovviamente coniugare entrambe le cose, cerco di fare del mio meglio.
Il tuo singolo è già sulle piattaforme e sta incominciare a ‘farsi sentire’, cosa è cambiato e perché ti ha cambiato?
Cambiare è un’altra parola per me molto grande. Sicuramente riuscire a scrivere un brano esprimendo le proprie emozioni e raccontarle e farle sentire a tutti non ha prezzo. Ti fa crescere dentro, ti rapporti in modo diverso con te stesso. È difficile da spiegare cosa provoca: ad esempio durante una cerimonia ho cantato davanti a settanta persone, e mentre stavo iniziando questi hanno intonato il mio ritornello. Poi mi sono ritrovato a sentirli io, cantare la mia canzone, perché per l’emozione forte non sono riuscito a continuare. Questo per me è stato un cambiamento vero, una mia emozione divenuta per un attimo di tutti; ero riuscito a farla recepire a più persone.
Cosa ti emoziona oggi nel tuo mondo, del tuo vissuto?
Sono una persona sensibile e quindi qualsiasi cosa mi può stimolare la voglia di scrivere, sia essa l’amore, l’amicizia od anche una semplice chiacchierata, un tema politico, un tema sociale. Quindi ripetendomi sono le cose quotidiane e il loro vissuto a stimolarmi.
Sei restato a Napoli a provare il percorso artistico, pur sapendo che da Roma in poi ci sono più possibilità o comunque ci sono più porte a cui bussare: perché questa scelta?
Sarò ripetitivo, ma sono napoletano, sono nato a Napoli e voglio restare a Napoli. Certo il mio futuro lo vedrei in giro per il mondo a cantare, ma Napoli deve essere sempre con me, come una cartolina e quindi poggiarla sul cuore e prendere la forza per cantare. Io sento Napoli come una mamma e perciò se un figlio si allontana, quando è stanco ritorna. Questo amore tra madre e figlio non si spegne mai, per quanto ci possano essere cose negative, come ci sono in tutte le altre città, quando la guardiamo resta una mamma. Le mamme hanno i loro difetti ma da esse non puoi staccarti.
Questo amore spregiudicato che tu hai per la tua città, tanto passionale quanto violento, mi porta a chiederti come vivi questa nuova realtà delle baby gang, soprattutto per un ragazzo di 19 anni, che esce di sera per le sue serate e rincasa tra strade isolate e pericolose?
Purtroppo queste persone non possono essere giudicate, sono state sfortunate. Infatti non uso il termine baby gang o baby boss per definire questi ragazzi. Sono ragazzi che non hanno avuto la mia stessa fortuna e come tanti altri sono vittime di un vissuto negativo o qualcosa di così lacerante da farli perdere la retta via. La realtà che li circonda deve essere smantellata, solo così questi ragazzi potranno essere salvati. Credo che nessun ragazzo nasca criminale, mentre è la società di oggi che li rende talo senza l’appoggio di una solida famiglia; quindi non posso giudicarli, non posso definirli cattive persone, anzi mi piacerebbe molto aiutarli, e perché non utilizzando la mia arte, la musica.
Come si vede Simone tra dieci anni o come si vorrebbe vedere?
In verità preferisco vedermi oggi o al massimo domani. Non mi piace fare progetti a lungo termine e preferisco viverla giorno per giorno questa vita, quindi pensiamo ad oggi e poi… domani se ne parlerà.
Ultima domanda, scegli un aggettivo che ti completa e ti identifichi e che ti racconti.
Se proprio devo scegliere un aggettivo, voglio azzardare: neoitaliano. Ovvero la possibilità di togliere i pregiudizi della musica per la musica di un giovane napoletano. La musica non può essere legata ad un preconcetto, quindi io sono un napoletano che canta in Italia e quindi un cantante neoitaliano.