Il 9 agosto scorso a Milano, durante i lavori della nuova linea M4 della metropolitana, proprio di fronte alla Basilica di San Vittore al Corpo i cantieri si fermano per un po’ con una scoperta sensazionale.

Una necropoli con oltre 250 scheletri, che appartengono a sepolture di epoche diverse, secondo gli scavi archeologici iniziati sotto la soprintendenza Archeologica delle Belle Arti e Paesaggio di Milano della dottoressa Antonella Rinaldi.

Le scoperte sono clamorose, tra questi corpi sono stati ritrovati, grazie anche alla collaborazione della dottoressa Cristina Cattaneo, medico legale e direttrice di Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi di Milano: il primo caso di sepoltura equina rinvenuta a Milano, il primo caso di tubercolosi con uno scheletro con la spina dorsale con le lesioni tipiche della tubercolosi, casi di decapitazioni. Gli scheletri sepolti risalgono a epoche molto diverse, in una forbice di tempo che va dall’epoca dell’Impero Romano sino al XVI secolo.

Sul ritrovamento dei resti del cavallo, l’archeologa Giuliana Cuomo, responsabile di cantiere per la

, ha dichiarato: “È un fatto di per sé insolito, che pone degli interrogativi sul perché si trovasse proprio in quest’area, dove esistevano delle tombe pregiate. Insieme allo scheletro non abbiamo trovato altro, se gli hanno dedicato una sepoltura in quest’area sicuramente sarà appartenuto a qualche personaggio importante“.

L’attenzione dei ricercatori è caduta in particolare su uno scheletro, che i test radiochimici hanno datato a un’epoca compresa fra il 1290 e il 1430.

Lo scheletro presenta diversi segni di fratture, fra cui tutte le ossa lunghe degli avambracci e delle gambe, provocate da colpi netti perpendicolari.  Inoltre, il taglio su due vertebre e una profonda frattura nel cranio indicano un maldestro tentativo di decapitazione, non completamente riuscito, nonché il cranio presenta fratture e lesioni.

La ricerca porta ad individuare che l’uomo risale fra i 17 e i 20 anni al momento della morte e fu giustiziato sulla ruota. Uno strumento in uso all’epoca definito, appunto “Supplizio della Ruota”, che consisteva nel bloccare il condannato, con le braccia e le gambe nella ruota (tra i suoi raggi) per spezzargli tutte le ossa e poi esporlo al pubblico issato su un palo.

Successivamente alla fine la vittima fu uccisa per decapitazione o pugnalato all’addome, il che riporta ad essere il primo caso di ritrovamento che testimonia questa esecuzione, studio pubblicato su Sciencedirect.

Questa punizione veniva inflitta per i reati più gravi, fra cui l’omicidio o il furto aggravato o per coloro portatori di grandi epidemie di peste.

Probabilmente il condannato poteva essere una persona accusata di aver diffuso la malattia, in verità egli, dagli studi avviati delle ossa, era portatore di diverse malformazioni ossee, un ispessimento osseo frontale e una statura di almeno 11 ci più bassa della media dell’epoca, nonché i denti malformati.

Quindi la teoria ha portato i ricercatori a teorizzare che forse la sua condizione fisica per i suoi contemporanei doveva essere motivo di discriminazione e potrebbe essere stata la causa della condanna, in quanto avrebbe potuto essere sacrificato come “mostro”, da una folla arrabbiata, ad esempio accusato di essere un diffusore della pestilenza.