Maledetto è colui che nasce la notte di Natale, perché il solenne giorno è consacrato alla nascita del figlio di Dio e non degli uomini e dunque l’atto blasfemo verrà punito trasformando l’uomo il lupo mannaro.                                                                                          Ma la maledizione è legata anche al 13 dicembre oppure al 6 gennaio e solo un rito può cancellarla: il padre del neonato con un ferro rovente a forma di croce dovrà marchiare la pianta del piede del bambino per tre Natali di seguito, mentre una lama d’argento benedetta con acqua santa, garantirà l’uccisione della bestia. Solo questo metallo prezioso risulta essere mortale, in quanto è l’influsso argenteo della luna ad influire sulla trasformazione.                                                                                                                                                   Ma la maledizione divina non può essere slegata da pratiche demoniache medievali e derivata per contagio, infatti secondo la credenza, il morso di un lupo mannaro o sortilegi delle streghe generano nuove bestie. Tale convinzione è talmente radicata nel cuore e nella mente dei popoli che tra il 1520 e il 1630 solo in Francia furono giustiziati circa 30.000 lupi mannari e tantissimi altri processi per licantropia furono istruiti nell’intera Europa. Uomini illustri ne descrissero la storia e la portata e dobbiamo a Jean Beauvoys de Chauvincourt, segretario consigliere delle Finanze del re di Francia, nonché studioso di letteratura, il testo “Discorso sulla Licantropia” scritto nel 1599. L’autore illustra il contagio a partire dall’antichità classica, alternando citazioni ed interpretazioni della licantropia fino ai suoi giorni dichiarando: “questi esseri sgozzano cani e bambini e li divorano con molto appetito, camminano a quattro zampe, ululano come lupi”. La paura per il diverso e il desiderio di una rapida risoluzione del problema generano numerose condanne al rogo e alla decapitazione. Ogni Nazione ha la sua leggenda popolare legata a un licantropo e pertanto non poteva mancare un’antica storia di origine Nordica che recita: “…in una famiglia, il settimo nato, da un settimo figlio, avrà buone probabilità di diventare licantropo”.

La licantropia ha affascinato studiosi e letterati e non da meno il nostro Pirandello, che dedica a questo tema una sua novella dal titolo:  “Male di Luna”

La storia narra di Sidora, una giovane innamorata del cugino Saro che però viene costretta dalla madre a sposare l’agiato contadino Batà, semplicemente per interesse. Pochi giorni sono trascorsi dalle nozze e la ragazza continua a pensare all’amato, quando una notte con la luna al quindicesimo giorno di novilunio, scopre con orrore che il marito è affetto da licantropia. Infatti Batà, sentendo arrivare la crisi, ordina alla moglie di chiudersi in casa e di non aprire per nessuna ragione. Sidora inorridita assiste alla trasformazione dell’uomo che ulula e ringhia come un lupo cercando di sfondare la porta di casa e così, spaventata, riesce a fuggire e a raggiungere la madre a cui racconta tutto.

Il giorno seguente mortificato Batà si reca anch’egli dall’anziana per scusarsi di non aver mai rivelato la sua malattia e si giustifica affermando che altrimenti mai lo avrebbe scelto come sposo per la figlia; ma irata la vecchia, gli chiude la porta in faccia. Batà non si arrende e pazientemente si siede davanti alla porta della casa, aspettando e sperando nel perdono della moglie. Le vicine intanto, si impietosiscono alle lacrime del giovane, che incomincia a raccontare la sua storia, ossia di come da bambino sia stato lasciato sotto la luce lunare e di come ne sia stato infettato. A questo punto le comari convincono l’anziana a trovare una soluzione che possa garantire la convivenza dei due giovani e così viene deciso che nelle notti di novilunio lei e il nipote Soro, andranno a casa della ragazza per tenerle compagnia. Sidora, felice di tale decisione e speranzosa di riuscire ad avere un’avventura col cugino, aspetta con ansia il novilunio. Quando il giorno arriva, i tre si chiudono in casa e la madre con l’intento di lasciarli da soli si apparta in uno stanzino, ma la fortuna non sorride alla giovane, in quanto Saro spaventato a morte della crisi di Batà e tanto di più disgustato dal comportamento della giovane che ride come impazzita alla malattia del marito e gli chiede di giacere con lei, sdegnato da tanta immoralità richiama la zia, affinché rimanga con loro nella stanza. La novella si conclude con Sidora intrappolata in un matrimonio non felice nonché a bocca asciutta col disprezzo del cugino.