La Norvegian Business School, poche settimane fa, ha pubblicato sulle pagine del Scientific Report un rapporto dal quale emerge che l’Artico, nonostante gli attuali sforzi per ridurre le emissioni, potrebbe proseguire nel suo attuale processo di scioglimento.

In pratica, anche se si riuscisse a catturare il carbonio su larga scala per tentare di fermare il riscaldamento globale, questi continuerebbe per centinaia di anni raggiungendo il picco, anche azzerando le emissioni.

Negli anni a venire, si prevede l’aumento della temperatura globale di 3 ° C, insieme all’innalzamento del livello del mare – che dovrebbe aumentare di 3 metri a partire dal 2030 – provocato dall’inarrestabile scioglimento del ghiaccio marino artico e del permafrost.

Una volta che il ghiaccio si scioglie, questi rende la superficie della terra più scura, riflettendo non solo la luce, ma anche il calore del sole, che vengono assorbiti dalla terra e dall’acqua, aumentando il processo di riscaldamento globale.

Il problema è che sia il ghiaccio che il permafrost contengono vapore acqueo, metano e CO2, che vengono rilasciati nell’atmosfera, sommandosi alle emissioni climatiche prodotte dall’industria e dai viaggi aerei.

La sola possibilità di fermare una tale “reazione a catena” è quella di interrompere ogni uso di carbone, petrolio e gas, per poi e attuare una rimozione su larga scala di CO2 dall’atmosfera, cercando di catturare e immagazzinare fino a 33 gigatonnellate di CO2 di essa ogni anno.

In parallelo, andrebbero ripristinate vaste quantità di foreste e terreni, insieme allo sviluppo e alla costruzione di impianti di cattura e stoccaggio del carbonio, con una spesa tra l’1 e il 2% del PIL globale.