La Deposizione di Cristo opera di Luca Giordano conservata al Pio Monte della Misericordia è un capolavoro che fa parte di una delle sette opere conservate negli altrettanti sette altari minori circostanti quello maggiore, posto al centro della chiesa che, a sua volta, conserva le Sette opere di Misericordia del Caravaggio.

In questo caso si può dire con fervore “l’allievo supera il maestro”, proprio perché quest’opera che rappresenta il seppellimento del Cristo è fortemente, nella sua esecuzione, influenzata dal Ribera, che formò l’artista napoletano Giordano. La diversa cromatia dorata sciolta nei contorni e gli effetti sfumati rendono il capolavoro una o forse l’opera più simbolica del prolifico pittore. Pagata per 200 ducati, è firmata sul gradino basso nella scena, poco innanzi sulla lastra del sepolcro, i simboli della Passione, ormai gettati a terra, sottolineano la morte umana.

Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea con gli occhi in lacrime, preannunciano il dolore dell’umanità che ha perso l’unica Salvezza, e lo supportano in un ultimo abbraccio, depositandolo lievemente, come un neonato ma con una stretta sicura e salda per non farlo cadere. Ai suoi piedi, ancora una volta, la pentita e graziata Maddalena che è illuminata dalla stessa luce che scivolando sul corpo di Cristo morto, le concede un’ultima volta una carezza… e la promessa che dopo la morte ci sarà solo la Luce del Paradiso.

Disperati e in ombra gli astanti nel buio, così il buio pervade nel volto spento la Madre Santa, in cui si scorge un cuore spezzato, che accompagna col fiato sospeso, con parole sorde e col gesto della mano il movimento della deposizione. La Madre e lì, presente, lo tranquillizza e lo segue inerme, addolorata dalla perdita del figlio. Dietro di Lei la disperazione del San Giovanni che assiste in un angolo mentre gli angeli sorreggono la volta celeste che pesa sul corpo e cade sulla Terra.

I Puttini fanno spazio alla Luce Divina che scende sul popolo, presagio di una Resurrezione Eterna. In questa opera la luce dorata e la salvezza dell’anima sono osmosi di metafora, si confondono e si alternano con il buio e il silenzio, anch’essi similitudine del dolore e della morte corporale: Cristo corpo muore e si illumina di Salvezza.

Conservata nella cappella del Tesoro Nuovo della Certosa di San Martino, l’opera di José de’ Ribera invece è l’invocazione alla Pietà, il titolo infatti riprende il gesto centrale della scena. Nel buio immenso, i corpi fuoriescono privi di colore e naturalità perché Cristo giace a terra morto, metafora di un mondo distrutto e peccaminoso, privo di vita. Sorretto dal San Giovanni che ha lo stesso pallore della carnagione di Cristo, guarda attonito la disperazione e l’urlo della Vergine Madre.

Silente Giuseppe d’Arimatea guarda come un padre la scena, invecchiando nella tela e la Maddalena bacia e diviene parte di quel corpo terreno di Cristo. Gli stessi puttini si guardano, sorreggendo le nuvole nere e cariche di pioggia, e inermi non sanno cosa fare.

Ma la protagonista è Maria, la madre che piange in lacrime e chiede con lo sguardo severo e sofferente un aiuto dal Cielo, è un’invocazione, una preghiera, è dolore inespresso con un urlo che si intravvede in quello sguardo e nelle mani ingiunte strette, non tanto in preghiera ma in piena tensione, così da arrossare le dita nella stretta della disperazione. La vera morte è nel suo volto e nel suo dolore, così come i colori perdono di vitalità e scuri s’annerano di lutto come il buio che tutto pervade.

fonte ph: wikipedia

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