Tra settembre e ottobre, nel Caucaso, si è consumata una tragica guerra tra Azerbaijan e Armenia.
Lo scontro verteva intorno al controllo della regione del Nogorno-Karabakh, abitata da un misto di Armeni e Azeri.
Nonostante questi due popoli fossero vissuti in pace per quasi un secolo all’interno dell’Unione Sovietica, la ventata di nazionalismo degli anni ’90 infiammò gli animi dei due gruppi un tempo fratelli, portandoli alla guerra.

Dopo una prima vittoria armena nel 1994, l’Azerbaijan ha preso del tempo per riorganizzarsi e, grazie alle copiose entrate garantite dal petrolio e ad una alleanza con la Turchia di Erdogan, negli scorsi mesi è arrivata la tanto agognata vittoria.
Sfruttando droni kamikaze di provenienza israeliana e turca, l’esercito dell’Azerbaijan ha distrutto le difese armene in poche settimane, costringendo il Paese alla resa.
Ad aiutare gli invasori hanno collaborato anche migliaia di quelli che venivano chiamati “freedom fighters” quando combattevano in Siria, ma che, sostanzialmente, si sono rivelati mercenari e fondamentalisti islamici finanziati dalla Turchia.

Proprio questi, insieme a numerosi uomini dell’esercito azero, sembrano essere responsabili di svariati crimini di guerra, alcuni dei quali ripresi dagli stessi soldati e pubblicati su internet, dove sono tuttora visibili.
Decapitazioni, esecuzioni, violenze e distruzione di tombe sono ormai ampiamente accertate, mentre le Nazioni Unite rimangono indifferenti (e l’Unione Europea? L’unico legame è il rapporto di dipendenza dal petrolio azero).
Ma se bastassero le violenze di un esercito invasore a parlare di genocidio non sarebbero molti i Paesi a salvarsi da questa infamante accusa (le stesse critiche verrebbero fatte anche ai crimini dell’esercito statunitense in Iraq o a quelli di Israele in Palestina).
Il motivo per cui è stata scelta questa espressione è presto detto.

A Baku, capitale dell’Azerbaijian, si è tenuta l’11 Novembre una grande parata militare per festeggiare la vittoria.
A fare il saluto militare sul palco presidenziale, oltre al presidente azero Aliyev, anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il cui supporto è stato cruciale nel conflitto.
Impegnato in un ampio progetto imperialista, volto a riportare i popoli turcofoni (turchi e azeri) ai fasti dell’antico Impero Ottomano, Erdogan ha dedicato la vittoria all’esercito del Caucaso e al suo leader Enver Pascia (uno dei pochi generali ottomani vittoriosi durante la Prima guerra mondiale).

Niente di strano, se non fosse ben nota la pulizia etnica compiuta da questo esercito ai danni degli Armeni tra il 1914 e il 1916, che si stima abbia portato alla morte di 1.5 milioni di persone.
A rinforzare le dichiarazioni di Erdogan è stato l’azero Aliyev, che è arrivato a rivendicare come parte del suo Paese addirittura Yerevan, la capitale armena.
Vista l’indifferenza dell’ ”Occidente”, non ci resta che attendere e sperare che gli scontri tra opposti imperialismi non si riversino, ancora una volta, su un popolo innocente, anche se all’ombra dell’Ararat non abbondano le storie a lieto fine.

FONTEFonte immagine: caspiannews.com, Fonte notizia: Popular Front, Huffington Post
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