Nel passato esistevano nell’immaginario (o forse davvero?) moltissime belve ‘strane’. Si parla di animali fantastici, tra quelli più famosi vi sono il drago, l’unicorno e o cavallo alato (dal classico Pegaso), la Fenice e il Grifone. Ma esistevano anche tante meno noti ma soprattutto più bizzarre.

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Nell’iconografia medievale questi animali non erano considerati da un punto di vista estetico o scientifico, essi venivano rappresentati (immaginati, raccontanti, scolpiti e dipinti) secondo la loro dimensione spirituale, metafisica e simbolica.

Le miniature contenute nei bestiari, ovvero meri “cataloghi” di creature reali e fantastiche, erano uno strumento di facile presa sull’immaginario, puntando sulla suggestione, sulla mancanza di una conoscenza diretta e sulle paure e credenze.

La rappresentazione di bestie al limite della fantasia (in verità quasi sempre oltrepassato, poteva rappresentare un ideale occasione di ammaestramento morale, una lezione catechistica popolare religiosa, che andava a rafforzare dottrine religiose.

Gli animali del medioevo finivano così per insegnare qualcosa e, soprattutto, per impressionare, impaurire, strabiliare.

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La prima bestia: l’Eale dal latino (in inglese Yale) era una capra o antilope con corna girevoli che ruotavano. Da questa caratteristica il nome di Centicora. È un animale leggendario che appartiene alla mitologia europea e che ritroviamo nel bestiario di Aberdeen: “Esiste un animale chiamato Yale. È nero, grande come un cavallo, con la coda di un elefante, le fauci di un cinghiale e corna insolitamente lunghe, regolabili e adattabili a qualsiasi movimento dell’animale. Le corna non sono fisse, ma si muovono soprattutto a seconda delle esigenze di combattimento: per combattere, lo Yale utilizza un solo corno alla volta, piegando l’altro all’indietro in modo che, se la punta del primo viene danneggiata da un colpo, può sostituirla utilizzando quella del secondo“.

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La sua leggenda potrebbe originarsi dalla descrizione di un bufalo d’acqua indiano, capace di spostare in avanti le corna per la difesa. Tante particolarità come il nome associato all’ebraico ya‘el, che denota animali come lo stambecco, il camoscio, la capra di montagna. Venne descritto anche da Plinio il Vecchio come animale del continente africano, questo curioso bestione compare in molti testi medievali come simbolo di prudenza, proprio per la sua abitudine di utilizzare un corno solo per volta. Mentre in Inghilterra è una figura ricorrente nell’architettura britannica e simboleggia la difesa fiera. In particolare, lo Yale è associato con la famiglia Beaufort, antenati della famiglia reale britannica.

Un altro mostro è la Manticora. Conosciuto come la bestia che lancia i dardi. Questa creatura mitica, è una sorta di chimera dotata di una testa simile a quella umana, il corpo di leone (per altri una tigre) e la coda di scorpione. Onnipresente nei bestiari, gli antichi la collocavano nel mondo remoto e affascinante delle Indie.

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La sua caratteristica era simile e confusa criptozoologicamente ad un enorme istrice perché era in grado di scagliare spine velenose per rendere inerme la preda. Il primo a descrivere l’animale era stato Ctesia di Cnido nei suoi Indikà, che il Patriarca di Costantinopoli, Fozio, la descrive così: “questa bestia è grande quanto un leone e ha il colore della pelle di un rosso simile a quello del cinabro. Ha i denti disposti su tre file, le orecchie di un uomo e gli occhi glauchi simili a quelli umani. La coda assomiglia a quella di uno scorpione di terra, misura più di un cubito ed è munita di un pungiglione. Nella coda, lateralmente, sono disposti qua e là altri pungiglioni. E con il pungiglione che la Manticora colpisce chi le si avvicina e chiunque venga ferito trova una morte sicura. Se invece qualcuno lotta con la Manticora distanza, sollevando la coda, si mette a settare i suoi dardi come da un arco, scagliando lì fino a 100 piedi di distanza chiuse “.

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A volte la manticora può possedere ali di qualche di insetto, Insectorum tigrides veloces a detta di Linneo, predatore, appartenente alle Cicindelinae. Così Claudio Eliano, dopo Plinio, cita la bestia come animale di un re Persiano, tanto che il vero nome sarebbe martikhoras (dal persiano mardkhora, “mangia uomini”).

Spesso assunta come simbolo della tirannia e dell’invidia, o più alla grossa del demonio infatti ne parla Brunetto Latini, che sottolinea che abbia suggestionato anche Dante Alighieri, per le bestie della Divina Commedia. Non vi è dubbio che ha similitudini con il tipico mostro indiano mangiatore di uomini, il rākṣasa.

Questo animale è divenuto famoso nel tempo tanto che oggi prospera nei giochi di ruolo e videogiochi, per lo più in forma alata. Nonché nei romanzi, ricordiamo di Umberto Eco, ne Il nome della rosa, in Baudolino e in Il pendolo di Focault. Ovviamente anche in moltissimi film.

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Infine, la terza bestia: Vervex. Conosciuta come la pecora piena di vermi. Secondo Isidoro di Siviglia, il Vervex: “è più forte delle altre pecore. È maschio, ma soprattutto ha la testa piena di vermi: quando la bestia si gratta, questi cozzano l’uno contro l’altro violentemente“.

Il particolare serve forse a spiegarne il comportamento irrequieto e bizzarro. Nei bestiari è spesso accostato a pecore e arieti, mentre in un Codice Normanno appare vicino un pastore che conduce il suo gregge, con la divertente didascalia: “ha ha, ware le corn” (ah ah, attenti alle corna).

Insomma, sull’ultima bestia il simbolismo non ci viene tramandato ma qualche ‘personale’ interpretazione è intuibile. Certamente possiamo affermare he queste creature sono state fonte di opere d’arte e romanzati fantasie, di licenze poetiche e di terrori fiabeschi… oggi restano intense leggende e simboli di moralità che non spaventano ma dovrebbe ‘darci il tempo di pensare quali siano le vere paure.

FONTEbestiariusz.fandom.com; baolynn-online.fandom.com; wikipedia; medioevomisterioso; antrodellamagia.forumfree.it; milanoplatinum.com; beastsandstories.wordpress.com;
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