Marco Porcio Catone Uticense Minor, da non confondere con il suo avo, nacque a Roma nel 95 A.C. e morì ad Utica il 12 aprile 46 A.C.

Ebbe una lunga vita per la sua epoca. Fu un uomo pieno di rettitudine veramente imparziale, sostenitore di antichi principi morali, cioè i “Mores maiorum”, i costumi degli antenati, antiche regole non scritte, che in un certo senso regolarono l’etica dei Romani molto prima delle leggi scritte; la prima legge scritta la ritroviamo nelle Dodici Tavole.

Nelle predette regole morali erano comprese l’impegno militare, la devozione verso gli dei e le persone autorevoli della famiglia, l’austerità nel modo di vivere, il sacrosanto rispetto del pater familias, ecc.

Di Catone l’Uticense parla anche lo storico Plutarco che ci ricorda le sue doti di ragazzo deciso e con un carattere veramente imperturbabile.

Il giovane Catone si comportava in modo alquanto autoritario verso chiunque tentasse di intimidirlo; era molto pacato nei modi e non sorrideva quasi mai. Fu anche un militare, in quanto decise di combattere volontariamente nella guerra di Roma contro lo schiavo Spartaco e i suoi seguaci. Seguì, comunque, il suo “cursus honorum”, passando dalla carica di tribuno militare in Macedonia nel 67 A.C. a quella di questore nel 64 A.C. ed anche quella di tribuno della plebe nel 62 A.C., successivamente a quella di propretore e questore dal 58 A.C. al 56 A.C., con un incarico ben determinato: far rientrare l’isola di Cipro nell’impero romano. Divenne anche senatore.

Si contrappose sempre a Caio Giulio Cesare, anche in occasione della richiesta di condanna a morte per i seguaci di Catilina, richiesta osteggiata proprio da Cesare che, invece, aveva proposto per loro pene molto più tenui. In tutta la sua vita si oppose sempre all’illegalità, dimostrandosi intransigente verso i potenti politici del suo tempo. Non osteggiò solo Caio Giulio Cesare, ma anche gli altri due uomini potenti che con lui avrebbero poi creato il primo triumvirato, cioè Pompeo e Licinio Crasso, tramite un mero accordo privato tra loro.

Per Catone l’Uticense, Caio Giulio Cesare veniva considerato un criminale che in Gallia si era appropriato di ingenti ricchezza, per poter restituire ai suoi amici tutte le somme concesse in prestito, e che deteneva da 8 anni la carica di governatore “in modo illegale”. Per questo voleva che Cesare tornasse a Roma da privato cittadino, senza il suo esercito, e rinunciasse alla sua carica.

Morto Licinio Crasso nella battaglia di Carre, Catone si avvicinò a Pompeo, sfruttando la sua gelosia verso Caio Giulio Cesare. Ma le cose andarono diversamente. Cesare, temendo di rimanere esposto a sicure ritorsioni a Roma, decise di varcare il fiume Rubicone con tutto il suo esercito, che lo aveva sempre seguito nella conquista della Gallia. Questo gesto venne interpretato dal Senato romano come un atto ostile verso Roma; il Senato si affrettò a dare a Pompeo i pieni poteri per contrastare Cesare che aveva osato oltrepassare i confini di Roma in armi. Cesare, noncurante della situazione, raggiunse Roma, ma notò che la città era stata abbandonata da Pompeo, da Catone e dai suoi seguaci, che cercavano di riunirsi alle legioni anticesariane delle province romane. Dopo una dura sconfitta dei suoi nemici, Cesare me uscì vincitore. Catone riparò in tutta fretta in Numidia, mettendosi sotto la protezione del re Giuba I, grande sostenitore di Catone e dei suoi seguaci, ma anche in questo caso Cesare ottenne una grande vittoria a Tapso. A Catone non rimase che riparare a Utica con almeno 10.000 legionari. Ma fu tutto inutile, perché gli stessi fautori di Catone preferirono arrendersi a Cesare. A questo punto, Catone volle trafiggersi con la spada e rifiutò l’aiuto degli amici che volevano applicare delle bende sulla grave ferita. Era stato uno stoico in tutta la sua vita, e volle morire da tale, pur consapevole che la sorellastra Servilia era divenuta da anni l’amante di Cesare, l’uomo che aveva tanto osteggiato, per uno scherzo della sorte.

 

 

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