Paolo Villaggio.

Una delle più grandi maschere tragicomiche del cinema italiano.

Un autore che, nella sua lunghissima carriera, ha dato vita a personaggi legati a una comicità paradossale e grottesca tra il professor Kranz, Giandomenico Fracchia e, purtroppo, la creazione letteraria che ha generato una saga cinematografica di ampio e duraturo successo, elevandolo a una vera e propria maschera nel solco della commedia dell’arte: il ragionier Ugo Fantozzi.

Ma Paolo Villaggio è stato l’inventore di una comicità inedita, priva di contradizioni e regionalismi del cinema comico popolare, entrando nella cultura di massa di intere generazioni di italiani, e non merita di essere ricordato unicamente per Fantozzi.

Tra i suoi film al di fuori del “Ciclo Fantozzi” meritano di essere ricordati La Voce della Luna di Federico Fellini (1990), Io Speriamo che Me La Cavo di Lina Wertmüller (1992), Il Segreto del Bosco Vecchio di Ermanno Olmi (1993) e, per ultimo, Cari Fottutissimi Amici di Mario Monicelli (1994).

In una Firenze liberata dai tedeschi, un ex manager di boxe, Ginepro Parodi detto “Dieci”, riesce a costituire una squadra di pugili allo scopo di organizzare una tournée nel disperato tentativo di guadagnare dei soldi, e per mangiare qualcosa.

Ma il team da lui organizzato (al cui confronto l’Armata Brancaleone è un commando efficiente ed organizzato) anche se riuscirà a racimolare un grande bottino di viveri dopo una grottesca esibizione presso un campo militare americano, rischierà non solo di perdere il cibo, ma anche di venire fucilato dai partigiani a causa della sete di vendetta di una ragazza a cui hanno concesso un passaggio.

Sarà solo dopo aver perso il loro mezzo di trasporto (un camion sgangherato a rischio autodistruzione) a causa di un disertore che si è unito a loro, che i “boxeurs” molleranno Dieci una volta tornati a Firenze, che rimarrà solo con i suoi ricordi e le sue speranze

Cari Fottuttissimi Amici – anacronistica commedia all’italiana o nostalgica rievocazione di sensazioni perdute ?