Durante il Medioevo possiamo individuare tante figure di uomini e donne spaventosi, ovvero che il loro ricordo arriva a noi come Mostri della Storia. Papi ed antipapi, sovrani e tiranni, inquisitori, mercenari, donne di malaffare: un vero periodo in cui inquietanti personaggi hanno lasciato una scia di infamia.

Il Medioevo ebbe inizio per alcuni storici con la morte dell’imperatore romano Teodosio (395), ma per moltissimi e più accreditato si indica convenzionalmente la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), così per convenzione si conclude con la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo (1492), evento che sancisce l’inizio dell’Età moderna. Il Medioevo è solitamente suddiviso in Alto e Basso Medioevo.

Durante questo periodo che è stato definito erroneamente’ buio’, seppur in arte e letteratura, hanno fissato la basi della concezione rinascimentale, si sono mossi personaggi spaventosi che vi racconteremo.

Ecco i primi tre Mostri.

ph: wsimag.com/it/cultura

Stefano VI (o VII) fu un papa che processò un cadavere. Era il gennaio del’897, quando Papa VI ordinò un orripilante processo per sacrilegio, passato alla Storia come synodus horrenda. L’imputato era un cadavere riesumato, del predecessore, ovvero il defunto papa Formoso ritenuto colpevole di essere salito al soglio pontificio grazie all’appoggio del partito filogermanico. I resti vennero collocati su uno scranno, dopo averli vestiti con i paramenti pontifici. Dopo essere stato messo nel banco degli imputati, il cadavere fu spogliato degli abiti sacri, le dita della mano destra amputate, e venne giudicato colpevole di tradimento e sacrilegio. La salma poi fu trascinata per la città di Roma e gettata nel Tevere. Tanto orrore suscito una rivolta e papa Stefano fu deposto, imprigionato a Castel Sant’Angelo e strangolato. Quasi come punizione divina, così almeno fu letta allora, gli altri protagonisti della macabra farsa si trovavano nella Basilica Lateranense che crollò uccidendo tutti. Il corpo di Formoso venne miracolosamente recuperato da un monaco e l’anno seguente fu restituito alla tomba da cui era stato strappato. Molte delle vicende sono raccontate da Ferdinand Gregorovius, lo storico tedesco del XIX secolo.

Portrait von Ugolino della Gherardesca; Stich aus Lavaters Physiognomischen Fragmenten. ph: wikipedia.org
Un’incisione che ricostruisce l’aspetto della Torre della Fame lasinio Giovanni Paolo(1865) ph: wikipedia.org

Il famoso, ricordato da Dante all’Inferno, conte Ugolino. Pisano di nobile famiglia, Ugolino della Gherardesca, imparentato con la famiglia imperiale degli Hohenstaufen, fu uno degli uomini attivi nella guerra tra impero e papato. Sia guelfo che ghibellino a seconda della convenienza divenendo Vicario di Sardegna nel 1252 per conto del Re Enzo di Svevia, e fu uno dei vertici politici di Pisa dal 18 aprile 1284 (come podestà) al 1º luglio 1288, giorno in cui fu deposto dal ruolo di capitano del popolo. Grave colpa gli fu imputata quando da podestà rifiutò l’alleanza con l’arcivescovo Ruggieri mentre la città pativa una grave carestia. In quegli anni fu imputato della morte di un nipote del prelato, Farinata di Pisa, e fu arrestato con i figli e i nipoti. Fu rinchiuso nella Torre della Muda, una torre dei Gualandi, così chiamata perché prima di allora era usata per tenervi le aquile durante il periodo della muta. Per volontà dell’arcivescovo, nel 1289 fu dato ordine di gettare la chiave della prigione nell’Arno, e di lasciare i cinque prigionieri morire di fame. Era il 1° luglio del 1288 che il conte fu chiuso nella cosiddetta “torre della fame”. Nel canto XXXIII dell’Inferno della Divina Commedia, il sommo poeta, ci racconta che i prigionieri, consumati dal digiuno, si spensero dopo una lunga agonia; ma, prima di morire, i figli di Ugolino lo pregarono di cibarsi delle loro carni, pronunciando la frase: “Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni, or tu le spoglia‘.

villa simonetta ph: 24orenews.it

Giovane, bella e nobile la regina dell’Alchimia. Clelia Simonetta si servì delle sfarzose feste che organizzava nella sua villa di Milano (eretta verso la fine del ‘400 da Gualtiero da Bascapé, collaboratore di Ludovico il Moro, detta “La Gualtiera”), per attirare uomini che seduceva e poi uccideva. La ricca vedova era una donna dedita ai piaceri più sfrenati che soddisfaceva in questa villa, che aveva il suo cognome, e costruita fuori dalle mura cittadine i Milano, un vero e proprio tempio del peccato. Dopo alcuni anni però alcuni degli avvenenti uomini che frequentavano la villa e le sue feste non fecero più ritorno a casa. Le cronache ne contano undici. Mantide religiosa o sacerdotessa dell’occulto che fosse si diceva che nella villa echeggiasse la parola “amore” potesse essere ripetuta fino a 30 volte perché ripetute dalle voci degli uomini uccisi. Lo stesso Stendhal sosteneva che nel 1816, un colpo partito accidentalmente dalla sua pistola risuonò 50 volte. Insomma i suoi ospiti, prima di prendere parte ai ricevimenti, erano obbligati a transitare in un grande bagno turco, dove si lavavano e si purificavano. I “giochi”, chiamiamoli così, che la spregiudicata padrona di casa proponeva nei sotterranei della villa a volte si spingevano troppo in là e i poveri sventurati non sempre ne uscivano vivi. Quando si decise di mettere fine a questi tragici eventi, la donna scomparve e non si ebbe traccia di nulla. Secondo alcune voci Clelia quale maga nei sotterranei componeva con i corpi una sorta di golem fatto con le parti dei cadaveri degli undici sventurati: una sorta di Frankenstein ante litteram.