L’incapacità di accettare la fine di un rapporto.

Un tema spesso utilizzato in chiave gialla, allo scopo di creare sospetti su una persona in caso di morte violenta allo scopo di fornire un sospettato a un’indagine, o in chiave drammatico / psicologico per esplorare le emozioni contrastanti legate all’abbandono, e la potenziale caduta nell’abisso dovuto al rancore di essere stato scaricato che porta a generare un odio nei confronti di chi ti ha spezzato il cuore.

Ad esplorare i meccanismi della mente di un uomo tradito, in chiave neorealista nel 1957, è stato il regista Michelangelo Antonioni con Il Grido.

Aldo, operaio di uno zuccherificio della Val Padana decide di sposare la sua compagna, Irma (dalla quale ha avuto una figlia) approfittando della morte all’estero del marito di lei.

Ma il sogno di una vita felice insieme si frantumerà in pezzi quando Irma gli rivelerà non soltanto di non amarlo più da tempo, ma anche di avere un altro uomo che ama.

Ormai ridotto ad una larva umana, Aldo inizia a girare per la Val Padana con la figlia, rincontrando prima la donna che aveva abbandonato per Irma (comprendendo, sulla sua pelle, quello che lei deve aver sofferto) poi una vedova, con la quale potrebbe ricostruirsi un’esistenza (ma senza riuscirci, dato che il tradimento che ha subito lo ha reso incapace di fidarsi delle donne).

Rinviata la propria bambina dalla “madre” (temendo di macchiarsi di un omicidio), deciderà di recarsi presso la torre dello zuccherificio dove lavora (ripercorrendo in maniera onirica il proprio percorso esistenziale in una sequenza di passi identici) fino a giungere alla sua cima, da dove si butterà senza che nessuno, volente o nolente, tenti di fermarlo, mentre lui sembrerà trovare sollievo al suo dolore solo nella morte.

Il Grido – La richiesta di aiuto silenziosa di un uomo distrutto