Forse non tutti sanno che gli antichi romani avevano scoperto una portentosa tecnica edilizia, che ha consentito alle opere da loro create di durare ben duemila anni. Un gruppo di studiosi americani ha di recente analizzato vari campioni di cemento romano prelevati da una cinta muraria ubicata in provincia di Latina.

Si tratta del Sito Archeologico di Privernum.

Questa analisi ha portato alla scoperta di una tecnica veramente rivoluzionaria.

Noi sappiamo che la calce contiene materiali da costruzione noti all’antichità, ottenuti a seguito di cottura a temperatura elevata di calcare, marmo, conchiglie o altri materiali contenenti carbonato di calcio, di colore giallino. La malta è un composto artificiale costituito da acqua, materiali leganti e additivi; quanto al calcestruzzo romano, è fatto di calce ottenuta per cottura e pozzolana, materiale piroclastico emesso dal vulcano nella fase esplosiva e fatto di piccoli granuli vetrosi, più o meno porosi, a cui si accompagnano piccoli cristalli di diversi minerali. Al cemento erano mescolati pezzi di pietra tenuti a mollo per vari giorni prima di essere inseriti nell’impasto. Da ultimo la cenere vulcanica si forma se il magma, risalendo attraverso il condotto vulcanico verso la superficie terrestre, si frammenta in pezzi di varie dimensioni in conseguenza della liberazione dei gas in esso contenuti.

Torniamo a questa straordinaria scoperta: è stata rilevata la natura molto duratura e resistente all’acqua nel cemento romanico, pur dopo essere stato sommerso dalle maree per duemila anni. In effetti i suoi ingredienti di base sono: cenere e roccia vulcanica e calce. E’ stato scoperto recentemente che quando l’acqua marina incontra il materiale vulcanico, questi elementi provocano una vera e propria reazione chimica che produce un raro minerale cristallino che ne rinforza la struttura nel tempo: il calcestruzzo moderno, invece, si deteriora subito quando entra a contatto con l’acqua salata.

Il team di ricerca americano ha rilevato che la calce viva usata dai Romani, ossia ossido di calcio, fu utilizzata in sostituzione o in aggiunta alla calce spenta. Le altissime temperature prodotte dall’utilizzo di quella viva hanno prodotto dei pezzi bianchi nel calcestruzzo, i clasti calcarei, che non sono assolutamente presenti nelle tecniche edilizie attuali. Vari test della ricetta a base di calce evidenziano una cosa strabiliante: se esposti all’acqua, i clasti si dissolvono in crepe, sigillandone i punti deboli. Inoltre, le forti temperature per l’operazione di impasto, addirittura, ne hanno diminuito i tempi di maturazione e presa. Insomma, gli antichi abitanti di Roma avevano scoperto il “cemento che si autoripara”, con un effetto positivo sulla sicurezza delle opere edilizie da loro create.

Gli antichi romani, nostri antenati, non smettono mai di sorprenderci nè di stupirci!

Fonte: opere varie, metodo e tecniche restauro architettonico Giovanni Manieri Elia.

 

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