In questi giorni di domicilio coatto che tutti stiamo vivendo, abbiamo più possibilità e più tempo di dedicarci alle nostre passioni e ai nostri interessi. Restringendo il tempo dedicato alla visione dei notiziari e dei servizi sul coronavirus allo stretto indispensabile, quale migliore occasione per attingere a piene mani alla trasmissione di film che le varie reti propinano.

C’è tanto da scegliere!
E a proposito di cinema, quello di valore…
Clint Eastwood compie quest’anno 90 anni. La sua longevità artistica, oltre che anagrafica, è testimoniata da ben tre film realizzati negli ultimi due anni, alla sua “bella età”: “Il corriere” dove è anche interprete, “Richard Jewell” e “Ore 15,17, attacco al treno”.
La sua carriera di attore inizia nel 1955 con film minori ma nel 1964 Sergio Leone ha il merito e l’intuito di cogliere nel suo aspetto e nel suo volto l’interprete simbolo dei tre magnifici film che inaugureranno un nuovo filone western: “Per un pugno di dollari” del 1964, “Per qualche dollaro in più” del 1965 e “Il buono, il brutto e il cattivo” del 1966. Dal 1971 inizia a cimentarsi come regista ma il picco della notorietà si impenna di nuovo con la serie dell’Ispettore Callaghan, cavaliere delle giustizia senza macchia e senza paura.

Negli ultimi venti anni ha firmato film (in alcuni dei quali è stato anche attore e compositore delle musiche) del livello di “Million dollar baby”, “Gran Torino”, “J. Edgar” con uno straordinario Leonardo di Caprio nei panni di  Hoover, storico capo dell’FBI ; “Jersey Boys”, che racconta la parabola di Frankie Valli, frontmen del gruppo anni ’50 e ’60, The four Seasons; “Amercan sniper” con Bradley Cooper, cecchino in Iraq; “Sully” con Tom Hanks nei panni del pilota Sullenberger che riuscì ad affrontare una grave avaria dell’aereo salvando equipaggio e passeggeri con un audace planaggio sul fiume Hudson.

Il film che ho rivisto in TV, che ritengo sia uno dei più profondi e introspettivi di Clint è “Hereafter” che letteralmente vuol dire: “Da qui in poi”. E’ tratto dal romanzo scritto dall’inglese Peter Morgan. Il romanzo si interroga sulla possibilità che esista una vita dopo la morte, un interrogativo/certezza che ha attraversato tutte le civiltà, le culture e le religioni del mondo. Il regista nel suo film ci trasmette la sua visione filosofica e spirituale con la delicatezza di un poeta.
La storia ruota su tre personaggi principali: la giornalista francese Marie Lelay che vive la drammatica esperienza dello tsunami del 2004 in Thailandia. Lei “ha visto” la morte, travolta dall’onda impetuosa. Poi c’è il ragazzino inglese Marcus che vive in simbiosi con il fratello gemello Jason. Un giorno Jason viene travolto e ucciso in un incidente stradale. Marcus non può accettare la morte del fratello e, in tutti i modi, “vuole vedere” tentando di stabilire un contatto tramite dei medium. E infine George Lonegan, operaio americano che ha il dono, acquisito da ragazzo, di “poter vedere” stabilendo un contatto con chi glielo chiede.
Marie lascia la carriera di giornalista e scrive un libro sulla sua esperienza. Lo presenta alla fiera del libro di Londra. Qui arrivano anche George, trasferitosi a Londra per visitare la casa di Charles Dickens, suo mito letterario, e Marcus, con la sua famiglia adottiva.
I tre, chi ha visto, chi vuole vedere e chi può vedere, interagiranno trovando una risposta ai loro tormenti esistenziali. Marcus tornerà dalla madre, dalla quale era stato sottratto dai servizi sociali. George e Marie alla fine si incontreranno… Efficace e misurata l’interpretazione dei tre protagonisti: Matt Damon, Cécile De France e i gemelli Frankie e George Mc Laren.