DUM LUCEM HABETIS: “mentre avete la luce”, è questa la citazione che si legge sull’epigrafe prima di varcare le porte del Museo di Anatomia Umana di Napoli. Ma a quale luce si fa riferimento? Sicuramente a quella divina dei Vangeli di Giovanni 12;35: “Gesú allora disse loro: «La luce è con voi ancora per un po’; camminate mentre avete la luce, affinché non vi sorprendano le tenebre…»; e ciò per sottolineare che i resti umani nel museo possedevano ancora un valore “umano”.

Uno scrigno delle meraviglie; è questo il museo Universitario delle Scienze e delle Arti, il cui nucleo più antico risale al XVII secolo, quando nell’Ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili e San Giacomo Apostolo, nacquero i primi preparati anatomici del Severino. Ma nei secoli, uomini illuminati ne hanno continuato l’opera, infatti nella seconda metà del ‘700, l’anatomista Domenico Cotugno arricchisce la collezione con manufatti in cera riproducenti il corpo umano, così come nella prima metà dell’800, l’anatomista Antonio Nanùla devolve la propria collezione privata.

Successiva la commissione allo scultore Francesco Saverio Citarelli di una serie di splendidi modelli in cera. La collocazione definitiva del Museo avviene però nel 1901, quando Giovanni Antonelli dispone il trasferimento del Gabinetto di Anatomia dalla Casa del Salvatore all’ex Convento di Santa Patrizia; ma la Seconda Guerra Mondiale e il sisma del 1980 ne causano la chiusura. Non mancheranno interventi di salvaguardia e sistemazione, e nel 2016 il Museo viene ufficialmente riaperto con un totale di circa 3000 reperti di immenso valore storico, scientifico e didattico. Parliamo di un museo come pochi ne esistono al mondo.

Al dischiudersi delle porte, si presentano agli occhi del visitatore meravigliosi tesori, che vanno dall’Omero di Vasalio, padre della moderna Anatomia e reperto di inestimabile valore storico, alle teste rimpicciolite di due guerrieri Jibaros, abitanti le rive del Rio delle Amazzoni in Ecuador; dalle “pietrificazioni” di Efisio Marini che ha inventato l’unica tecnica di fossilizzazione di cui si abbia traccia, riuscendo in poche ore a far accadere ciò che avviene in migliaia di anni (fra i pezzi spicca, un tavolino il cui piano è formato da un impasto di sangue, cervello, fegato, bile, polmoni, con al centro adagiata la mano di una giovane donna che Marini presentò alla prima Expo di Parigi), alla ricca collezione di calcoli, raccolti dallo scienziato Antonio Nanùla. Il tutto senza dimenticare la magnificenza delle cere anatomiche; parliamo di una raccolta che vanta ben 375 opere di diversi modellatori vissuti tra la fine del ‘700 e la metà dell’800.

Altri 25 mq d’esposizione sono poi dedicati alle cosiddette mostruosità fetali, ossia 153 esemplari conservati in formalina ed alcool, e parliamo di Sirene, Ciclopi e Giano Bifronte, affiancati dalla sezione degli animali marini e fanno parte della stessa collezione numerosi esempi di dissezioni del corpo umano. Fra i preparati più interessanti, le calcinazioni, ad opera di Giuseppe Albini, che nel 1880 fu incaricato dal Ministero dell’Interno, di trovare un metodo alternativo al seppellimento e alla cremazione dei cadaveri ed infatti nel Museo sono esposte due teche contenenti una il corpo essiccato di un neonato e la seconda il busto di una giovane donna, entrambi frutto della tecnica messa a punto dallo scienziato.

Degni di nota anche gli elementi della collezione scheletrologica con 560 reperti tra cui Crani di Pompei, Ercolano e Pontecagnano, nonché le celebri “teste della Vicaria”, di grande interesse archeologico ed antropologico, insieme alla sezione dei crani antichi che vanno dal I secolo a.C. all’800. Ma il museo non raccoglie solo preparati, ma anche rarissimi strumenti chirurgici copia di quelli di Pompei, nonché un fondo librario antico che comprende trattati stampati tra il XV e XIX secolo.

Ben 613 testi tra cui ricordiamo Anatomiae Universae, stampata nel 1823, con le bellissime tavole anatomiche, eseguite dal Serantoni. Un museo che abbraccia dunque parte dello scibile umano, la cui straordinarietà è legata non solo all’importanza e varietà dei reperti o dei preparati, ma al tempo che pare si sia fermato, dove “persone” di epoche e fattezze diverse, convivono. Qui la morte non fa paura, anzi, alimenta la fiamma della speranza, la stessa della citazione dei Vangeli: “dum lucem habetis”.