Amori saffici, rapporti con i suoi confessori, e 3 omicidi di consorelle, segnarono la carriera di suor Maria Luisa Ridolfi, madre vicaria del monastero di Sant’Ambrogio a Roma.

Nata nel 1832 in uno dei quartieri più poveri di Roma, fu una bambina sveglia e precoce, che imparò a leggere e scrivere presso la scuola dei francescani. Di umili origini fu costretta a ritornare alla casa paterna alla morte della madre, ritrovando le due sorelle ed il genitore che considerava un umile ciambellaro. Una svolta nella sua vita avvenne all’età di 11 anni, quando incontrò Maddalena Salvati, una donna eccezionale che collaborava con il carismatico prete Vincenzo Palotti divenuto poi Santo, il quale ospitava nella Pia Casa di Carità i francescani riformati di Agnese Firrao, altra figura che ebbe grande influenza sulla giovane mente della ragazza, che affascinata dal clima mistico che la circondava decise di farsi suora e la Confraternita del Santo Rosario finanziò il suo ingresso nel ricco monastero di Sant’Ambrogio.

Le sue capacità emersero rapidamente, tanto che divenne prima maestra delle novizie, e a soli 25 anni vicaria del monastero, ma tanto successo le attirò le inimicizie di quanti la circondavano, ed un primo esempio fu Suor Maria Costanza, che la reputava troppo giovane e poco esperta per quel ruolo. Ma le parole della suora furono presto dimenticate, in quanto misteriosamente si ammalò di un’infezione polmonare che la portò alla morte, viste le mancate cure di un medico, in quanto Maria Luisa riuscì a convincere la madre superiora dell’inutilità di un suo intervento.      La fulgida ascesa della madre vicaria venne ben presto ostacolata di nuovo dalla novizia Maria Agostina, la quale raccontava alle consorelle di avere estasi e visioni, ma estasi e visioni, nonché lettere importanti per la vita del monastero, che addirittura pareva fossero dettate direttamente dalla Madonna a Maria Luisa, rappresentavano lo strumento che garantiva alla giovane un alone di presunta santità, su cui si basava il suo potere nel convento. Fu proprio allora che la novizia cominciò ad avere febbre, ulcere in bocca e in gola, nonché perdita di peso, tali che morì nell’arco di pochi giorni.

Ma la sete di sangue della donna non era ancora placata e fu così che toccò a suor Maria Giacinta nella prima metà del 1859. Costei era stata trasferita nella cella di Maria Luisa al posto di suor Maria Agnese Eletta, e su un tavolino aveva rinvenuto un libro con disegni osceni di uomini e donne nude che “con suo grande disgusto vi ha rilevato tante brutte figure e membri al nudo di uomini e donne”. Immediatamente la suora cominciò a patire una grave infiammazione dell’intestino, nonché ulcere sul collo, ma stavolta l’intervento del medico fu salvifico, riuscendo a riscontrare tempestivamente un avvelenamento da oppio che risolse somministrando alla poverina un antidoto che le salvò la vita. Ma l’elenco degli omicidi ancora non era terminato e così fu il turno di suor Maria Felice nell’autunno dello stesso anno. La giovane aveva solo 22 anni quando pensò di denunciare all’Inquisizione ciò che accadeva nel monastero. Una scelta che le fu fatale, perché immediatamente si ammalò e poco dopo morì, senza che le cure dei medici, che provarono con dei salassi, sortisse l’effetto sperato.

La principessa Katharina di Hohenlohe-Waldenburg-Schillingsfürst (1817-1893)

Ma la buona sorte che fino a quel momento aveva affiancato Maria Luisa presto l’abbandonò, perché proprio nello stesso periodo la principessa Katharina Vốn Hohenzollern, suora anch’essa nel convento di Sant’Ambrogio, nonché parente del futuro re di Prussia, ne scoprì i misfatti e persino una sua lettera indirizzata ad un uomo, uno statunitense di nome Peter Kreuzburg, ed il cui contenuto esplicito non dava adito a fraintendimenti: fra i due vi era una relazione di natura carnale. L’ardimento di Katharina però, venne presto punito, perché infatti, fu relegata in cella impedendole qualsiasi contatto con l’esterno. Il timore che la giovane in una qualche maniera potesse portare alla luce i torbidi segreti del convento, furono la causa di un tentativo di avvelenamento, ma poco dopo riuscì straordinariamente a inviare una lettera a suo cugino l’arcivescovo Gustav Adolf zu Hohenlohe-Schillingsfurst, il quale prontamente le fece visita rilevando un notevole stato di alterazione nella cugina, tanto da ritenerla pazza, ma alle urla “salvami, salvami”, comprese che la poverina temeva seriamente per la propria vita e così il giorno seguente “la reclusa” fu libera, grazie alla conoscenza diretta che l’arcivescovo aveva con Papa Pio IX.

Circa un mese dopo la liberazione,  la donna comparve davanti al Sant’Uffizio per sporgere denuncia e così l’inquisitore Vincenzo Leone Sallua avviò l’indagine che si concluse dopo 2 anni di processo, al termine del quale Maria Luisa ammise di avere abusato sessualmente di altre suore, adducendo quale scusa che l’atto sessuale rappresentava un rituale per purificarne gli organi sessuali; che si era spinta fino a veri rapporti, anche di tipo orale e sodomitico, e di essere stata costretta dalla vecchia badessa ad attività sessuali, divenute note addirittura alla gente esterna al monastero, tanto che queste si divertivano a scrivere sui muri dello stesso versi satirici. La suora aveva inoltre intrattenuto rapporti carnali con il suo padre confessore Giuseppe Peters, secondo il quale l’atto sessuale era un servizio spirituale. Ma costui era succube di Maria Luisa, tanto da sapere e credere nelle lettere che la Madonna le inviava e proprio questo punto, ovvero che in convento la si venerasse, e che lei stessa si autoproclamasse santa, non poteva essere tollerato. Anche il suo secondo confessore, il gesuita Giuseppe Leziroli fu messo sotto accusa, in quanto era a conoscenza del rapporto intrattenuto con lo statunitense e nulla aveva fatto per stroncarlo, senza contare che non aveva preso seriamente la questione degli avvelenamenti, anch’essi confessati dalla rea.

Dalle indagini venne alla luce che anche la madre superiora era al corrente dei delitti della donna e così i capi d’accusa confermati furono: falsa santità, avvelenamenti, culto di Firrao, ovvero un culto condannato nel 1816 da papa Pio VII contro suor Maria Agnese Firrao che dichiarava di possedere doni soprannaturali. Il verdetto emesso dai 16 consultori e successivamente confermato con alcune piccole modifiche, fu una reclusione di 20 anni ridotti poi a 18, inoltre, il monastero venne chiuso e dato ai benedettini sublacensi. Nel caso di omicidio per avvelenamento la legge prevedeva la fucilazione alle spalle, ma fucilare una suora avrebbe alzato un polverone e dunque per evitare che la faccenda andasse alla ribalta coinvolgendo le più alte sfere del clero e l’ordine dei Gesuiti, si decise di inviarla nella casa di penitenza alle Terme. Dopo 7 anni uno dei medici che l’aveva in cura, il dottor Caetani, la descrive come: “una donna eccitata come un animale selvatico”, e così, l’anno successivo fu inviata in manicomio, dove però tutti i trattamenti fallirono. L’unica soluzione era rimandarla presso la propria famiglia, ma a metà del 1870 il padre, Domenico Ridolfi, dichiarò al Sant’Uffizio di non poterla più tenere con sé perché: “tratta le sorelle come delle prostitute, rovescia tutto in casa è ingestibile”.

Tornata al Buon Pastore, con la presa di Roma poche settimane dopo venne liberata delle truppe piemontesi, per le quali divenne una reclusa politica. Su quanto accaduto nel monastero di Sant’Ambrogio si cercò di far calare le tenebre, tanto che l’Inquisizione e Papa Pio IX rinunciarono alla pubblicazione della sentenza. Venne dunque nuovamente rinnovato il divieto del culto della Ferrao e dopo il suo decesso il corpo fu riesumato e sepolto in una fossa anonima e non identificabile. Nota è anche la sorte dei due confessori: Padre Leziroli fu recluso per un anno a Sant’Eusebio, una casa romana di Gesuiti con la proibizione perpetua di confessare e predicare. Morì il 29 aprile 1878 a Castel Gandolfo; Padre Peters invece, ebbe tre anni di reclusione, poi divenuti due, nella casa della Compagnia di Gesù di Galloro, ed anche a lui furono sospese confessioni e prediche. Graziato nel 1863, divenne il più importante consigliere teologico di papa Pio IX; insegnò per diversi anni all’Università Gregoriana di Roma cancellando l’onta di quanto era accaduto, divenendo, secondo papa Leone XIII il principe della scolastica.                                                                                        Solo nel 1976 un dottorando in teologia con una tesi su Kleutgen, basandosi su documenti provenienti dall’archivio degli Hohenzollern, riuscì a ricostruire i fatti, in particolare grazie al racconto della principessa Katharina, e nel 1998 è stato portato alla luce il processo sul caso del monastero di Sant’Ambrogio, vista l’apertura dell’archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede a opera di Giovanni Paolo II. Lo storico Hubert Wolf ne studiò i contenuti dopo secoli di oblio e ne redasse un testo divenuto noto e tradotto in varie lingue.