Ho cominciato ad ascoltare musica fin da ragazzo grazie al fatto che i miei fratelli più grandi già mettevano sul piatto i vinili di Guccini, Gaber, Battiato, De André, Bennato. Eravamo alla fine degli anni settanta. Non comprendevo granché, certo è che alcune ballate di Guccini (La canzone dei dodici mesi o La locomotiva o anche La canzone della bambina portoghese) ti rimanevano addosso. Bennato, più orecchiabile e, forse, leggero tra gli altri mi prese in maniera fulminante. Ho continuato a seguirlo, per la verità fino a “Sono solo canzonette” poi mi è sembrato che, realmente, le sue, fossero diventate tali. Era il 1980, frequentavo i primi anni del Liceo Classico P. Giannone a Benevento e, grazie ad un mio caro amico “m’imbattei” in due LP (Long Playing) ritenuti dalla critica tra i migliori 50 mai incisi nell’ambito rock: Back in Black degli AC/DC e Killers degli IRON MAIDEN. Uno stravolgimento notevole, una totale sintonia iniziò ad esserci tra me e il mondo “metallaro” che poi non lo era neanche fino in fondo. Iniziai a leggere, studiare i testi, farmi tradurre tutto da chi conosceva l’inglese. Dopo qualche anno cominciai a scrivere su di una rivista (H/M Heavy Metal) e a partecipare a concerti. Ma non è della mia storia “musicale” che voglio scrivere piuttosto di un contesto, di un mondo, quello musicale, che suscita emozioni imparagonabili. Quanto può dare una sinfonia, una canzone rispetto a qualsiasi altra forma di espressione dell’uomo.

Poi, nel tempo, avvenne che maturai alcune considerazioni. Credo che insieme all’arte propria della pittura, della scultura, dell’architettura, la musica riesce a trarre fuori dall’intimo dell’uomo la più grande emozione e gioia. Anche Don Giussani diceva: “Nessuna espressione dei sentimenti umani è più grande della musica. Chi non è toccato da un concerto di archi, come si può essere insensibili dinanzi ai colori di una sonata per pianoforte?”

Ma pochi in giro cantano, ma c’è sempre un ronzio di canzoni che sfuggono a cuffie e saltano fuori da tutte le parti. C’è una colonna sonora che ci insegue ovunque e che noi non scegliamo. Di gran moda sono le folle radunate dal karaoke o da un cantautore.

Eppure, interrompe Giussani, queste canzoni e le esibizioni di questi fenomeni possono essere il segno della corruzione indicibile di un’epoca. Il canto, invece di essere espressione di un popolo, diventa la ripetizione ossessiva, sentimentaloide, delle ombrosità e delle fisime dei singoli. Si è magari in tanti ad ascoltare e a riconoscersi in quelle note e in quelle frasette. Ma si resta in frantumi. Collettivamente soli”.

Un po’ di spavento si sparge come sale sulla tavola. Davvero è impossibile un canto di popolo oggi? Uno che è professionista della musica pone la domanda cosi: come crescere, come essere missionari nella musica?

Quello che aiuta maggiormente dal punto di vista espressivo, quel che proprio fa crescere, è cantare per qualcuno.”

Troppo spesso vedo ragazzi che usano la musica non come mezzo o strumento di apertura verso il mondo ma come tentazione forte di rinchiudersi, per essere preda di quel mondo. Ricordo i miei ritorni a Benevento dopo la settimana trascorsa a Napoli come studente della facoltà di Architettura: il venerdì sera e poi il sabato passati sul tavolo da disegno a completare i disegni per gli esami da fare, passati incessantemente ad ascoltare musica. Ancora adesso associo un gruppo di LP ad esami preparati, studiati il fine settimana. Ma cosa mi dava? Cosa trasmettevano certe canzoni, certi assoli? Sicuramente una sintonia, sicuramente una traduzione delle mie emozioni ma anche, allora, una inevitabile solitudine.

Diffidate dell’uomo che non ama la musica. Egli è come un antro nella notte; dove si annida l’aspide” (Shakespeare).”

Una volta Steve Jobs disse ad una violoncellista franco-cinese: «Le tue esecuzioni sono la migliore prova dell’esistenza di Dio perché non credo che un essere umano da solo possa fare tutto questo».

La musica trasmette altro, trasmette la parte più eccelsa di noi. O almeno dovrebbe farlo. Si parla di musica, quella che è studiata nei conservatori, quella che ha segnato epoche, quella che ha commosso intere generazioni e che viene studiata a scuola, quella che ha rappresentato un popolo, una generazione. Pensare a come possa essere ridotta, tramutata per comunicare il nulla, questo rabbrividisce. Ma è tutta l’arte che è specchio di un popolo. Dove non c’è popolo non c’è musica degna di essere definita tale.  Dove non c’è popolo non c’è arte che esprima un senso, un significato.