Troppo spesso nel momento in cui si indica una stella ci lasciamo sopraffare dalla stanchezza, dalla presunzione, dalla limitatezza del non andare oltre il nostro dito. Troppo spesso le figure carismatiche, illuminanti le nostre vite vengono censurate per troppo amor proprio, per orgoglio, per preconcetto.

Ma come può bastare una vita in cui lo sguardo venga ridotto ad aspetti esteriori, fugaci, troppo spesso “ambientalisti” (nel senso parziale di non riconoscerne l’origine)?

San Giuseppe è la straordinaria figura di uomo che interagisce con il mistero, che interloquisce, che entra nel rapporto concreto con ciò che gli capita, con la vita, con ciò che immediatamente non percepisce. Non comprende ma ci sta fino in fondo, non percepisce tutto ma vuole esserci. E ci sta attraverso l’adesione a ciò che capita, attraverso il lavoro minuzioso di falegname, prestando attenzione a che il lavoro sia fatto bene, millimetricamente preciso. La professionalità dell’essere un bravo artigiano alla pari del cercare di essere un bravo padre. Obbedire in ogni caso alla realtà, stare dentro la realtà, amare la realtà perché è positiva.

Ma lo stare concretamente dentro le cose è la forma di coscienza più alta di conoscere sé e ciò che ci sta intorno e questo, stranamente, è definito preghiera. La preghiera è lo spalancamento, la piena coscienza, è la posizione più vera di domanda di significato. Domanda a percepire il nesso tra se stessi e l’intero universo. “San Giuseppe, un uomo capace di essere uomo, e nello stesso tempo di entrare nel Mistero di Dio. Con la stessa naturalezza con cui svolgeva il suo mestiere, allo stesso modo sapeva dialogare con il Mistero che non poteva controllare: questa era la sua santità”. Così si è espresso il Santo Padre nell’omelia del 19 marzo.

La grande fortuna è poter guardare, seguire figure, come quelle dei santi, dove la Chiesa trova testimoni di eccezionale statura umana. Una statura degna dei più veri desideri del cuore dell’uomo. In essi, come dice Giussani in “Generare tracce nella storia del mondo” si realizza una umanità eccezionale, impossibile a pensarsi, inimmaginalmente pura, coerente, potente, pur rimanendo essa nella medesima fragilità in cui si trova l’umanità di ognuno. L’umanità dei santi è infatti come la mia, ma in essa fiorisce Qualcosa di più grande la cui esigenza è in me e in ogni uomo, ma come impossibile a realizzarsi.

Ma questa concretezza fortunatamente, dopo duemila anni , è possibile scorgerla ancora. La si può incontrare nella vita di persone come Giuseppe Moscati, come don Peppe Diana, uomini, santi. Uomini che hanno speso la loro vita per Qualcosa di più grande, di più interessante, di più straordinariamente affascinante del proprio ego. Hanno saputo obbedire alla realtà, dura, che aveva prospettive molto più intense, in fondo, del limitarsi a guardare il proprio dito!