Avvolta in sacchi neri della spazzatura, caricata in macchina e buttata in una roggia comunicante col canale Muzza, nella speranza che sparisca tra i flutti dell’Adda. È questa la sorte toccata alla giovanissima Maria Concetta Romano, una ragazza di soli 18 anni, ma con tanti sogni nel cassetto e forse una flebile speranza di realizzarli, che però, l’ha condotta alla tomba.

Ritrovamento del cadavere nella roggia

Il teatro dell’omicidio è Bisentrate, un paese di 70 persone, dove la giovane vive con la madre Rosalia Quartararo 39 anni, il compagno della donna Giuseppe Redaelli 52 anni (lavora come mungitore a Pozzuolo Martesana) e le due sorelle Lucia e Vincenza. È la mattina del 20 agosto 1993, quando Rosalia, furente di rabbia, a colpi di bastone tramortisce la figlia per poi strangolarla con una corda. La ragazza ha osato beffarsi di lei con la complicità dell’uomo, Rosario Loria, per il quale la madre prova un sentimento profondo.

Rosario Loria

Ciò che diviene l’elemento scatenante della furia omicida, è la relazione, ormai venuta alla luce, di Maria Concetta e Rosario. Lui è una guardia forestale di più di 50 anni, sposato e nonno di due nipoti.

Già da un po’ il clima in casa non è dei migliori, perché Rosalia è manesca, autoritaria e pretenziosa, tanto con le figlie, da cui si fa consegnare i salari guadagnati, che col compagno. Urla e minacce sono all’ordine del giorno, e forte è il desiderio delle ragazze di lasciare l’abitazione in cui vivono pur di sottrarsi agli abusi. E forse è proprio questo uno dei motivi che ha spinto Maria Concetta, la più piccola, ad innamorarsi di Rosario, che non presenta sicuramente le caratteristiche del “principe Azzurro” per una ragazza di 18 anni. Rosario è di media statura, grassoccio e con tanti anni in più, ma pensa seriamente di lasciare la famiglia così da vivere con lei. Forse l’uomo rappresenta il porto sicuro in cui riparare dalla tempestosa genitrice e con cui affrancarsi da una misera esistenza tra mucche ed insetti. Fatto sta, che a ferragosto, qualche giorno prima dell’uccisione, i due innamorati invitano Rosalia in gita; solo loro tre. Una strana escursione, durante la quale Loria, intuito l’interesse della Quartararo e d’accordo con la fidanzata, corteggia Rosalia, forse col preciso intento di ingraziarsela così da potersi trasferire, anche se solo temporaneamente nella casa della donna. Ma l’inganno dura poco e Rosalia la sera stessa intuisce che le attenzioni di Rosario in realtà sono tutte per la figlia e così il 16 agosto denuncia Maria ai Carabinieri perché “sta con un uomo di 50 anni“. “Probabilmente – spiega il magistrato che si è occupato del caso – la premeditazione comincia lì“.

Passato il ferragosto, i successivi quattro giorni la coppia li trascorre in albergo, ma Maria ha lasciato il lavoro di cameriera e Rosario ha finito il denaro e così sono costretti a ritornare nella casa materna e lì passano la notte del 19. Venerdì 20 Giuseppe va in azienda e Rosario in ufficio, mentre Maria si alza tardi e si ritrova da sola ad affrontare la madre, che furente la assale con il manico della ramazza. La ragazza prova a difendersi, ma l’aggressione è talmente feroce che non riesce, finché cade tramortita a pancia in giù; ma Rosalia non è ancora soddisfatta, prende una corda, la stringe intorno al collo della figlia e la strangola. La giovane sanguina copiosamente e così la donna ferma il sangue con il nastro da pacchi, lega poi il cadavere per poterlo trasportare più agevolmente, lo infila nei sacchi della spazzatura e attende il ritorno di Giuseppe.

Giuseppe Redaelli

Questi, al suo arrivo dal lavoro trova il corpo di Maria già legato, avvolto in un plaid e infilato in due sacchi. “Va a prendere la macchina e aiutami a portarla via – dice al compagno – sbrigati sennò ammazzo anche te“. E Giuseppe, cintura marrone di karate, ma docile come un agnellino, esegue, per poi scaricare Maria come spazzatura in una roggia poco distante. L’uomo ha ripulito la macchina: “Ho buttato i tappetini nel canale, erano pieni di sangue”, mentre Rosalia si è occupata della scena del crimine, ripulendo tutta la casa col lisoformio. Solo a questo punto, lei ha incominciato a piangere e lui è tornato alla “Fulvia”, l’azienda di fronte a casa per terminare il lavoro. e la sera, come se nulla fosse accaduto, terminato il lavoro si è intrattenuto al bar del paese a fare due chiacchiere.

La giustizia però, talvolta procede veloce; tempo 48 ore e Vincenzina Greco, sostituto a Lodi, risolve il caso. Maria Concetta viene ritrovata senza vita lo stesso venerdì 20 agosto del 1993 e Rosalia dalla domenica sera è “ospite” nel carcere di San Vittore, reparto protetti, accusata di omicidio aggravato e premeditato. Dopo aver raccolto gli indizi, interrogati gli attori in gioco, perquisita l’abitazione ed ascoltato un testimone, la donna, ha prima negato, poi ritrattato, si è contraddetta, ma alla fine ha reso piena confessione. Erano quasi le sei del mattino. Il movente? Secondo Carmen Manfredda, il procuratore di Lodi: “Una mistura di gelosia e risentimento nei confronti della figlia. Erano entrambe innamorate della stessa persona”. Agli agenti Rosalia ha chiesto soltanto: “Mi daranno l’ergastolo?”. Ma c’è un altro accusato, il complice Giuseppe Redaelli, che non ha retto la tensione dell’interrogatorio ed è crollato: “Io lavoravo sempre, davo tutti i soldi in casa, se la Rosa mi chiedeva di andare a comprare qualcosa ci andavo. Se volevo bene a Maria? Sì, abbastanza, l’ho cresciuta io”. Dopo la sua dichiarazione è stato accusato per favoreggiamento e concorso in occultamento di cadavere. Dalle testimonianze è emerso che le tensioni in casa erano aumentate dall’arrivo del Loria, che presumibilmente aveva dato ad intendere a Rosalia di provare dei sentimenti per lei. “La figlia insieme al suo uomo – racconta il magistrato – avevano imbrogliato la madre. Poi la donna ha capito tutto, e ha cercato di vendicarsi”. Interrogato Rosario Loria, ha negato, sostenendo: È  una strega, quella donna è una strega. Dovrebbe essere impiccata per quello che ha fatto alla povera Maria. Una ragazza piena di voglia di vivere, mi piaceva perché era spigliata, per lei avevo quasi deciso di lasciare mia moglie. A Ferragosto -continua- siamo usciti tutti e tre insieme e lì ho capito che quella donna insisteva per stare con me, che mi corteggiava. Ma io e Maria passammo quattro giorni d’amore in un albergo a Milano. Forse per questo si è vendicata”.

Rosalia Quartararo

L’omicidio è efferato: “dapprima pensavamo che l’assassino fosse un uomo. Le botte, gli slip che non c’erano, la corda sul collo. Ma anche le donne sono capaci di una ferocia sanguinaria“. Queste le parole del magistrato Greco, che aggiunge: Tutto si muove in un quadro di miseria. E la miseria non è solo mancanza di denaro. Era un contesto familiare difficile, un ambiente di particolare degrado materiale, culturale e morale. Siamo arrivati alla soluzione – aggiunge la dottoressa – perché c’è stato subito il riconoscimento della vittima e poi perché abbiamo cercato di capire la personalità della ragazza e la sua storia. Ci hanno aiutato i rilievi del medico: c’erano le botte ma non la violenza sessuale… se non aveva gli slip, allora, voleva dire che forse non aveva ancora finito di vestirsi, che non era uscita da casa. L’odore di candeggina… e sì, il testimone che aveva visto caricare un fagotto in macchina”.

Rosalia Quartararo durante il processo

All’obitorio di Melegnano, durante il riconoscimento, Rosalia si mostra disperata; simula svenimenti e crisi isteriche (tanto da farsi ricoverare in psichiatria).
Nel corso del processo la donna parlerà di raptus improvviso, fingendo di non ricordare nulla. Il 25 marzo 1994 viene condannata all’ergastolo e la pena per Giuseppe è di 2 anni e 6 mesi.

Ma qual è la storia di miseria di cui parla il magistrato?

La Quartaro nasce a Palermo, ha sette fratelli ed un passato di abusi e violenze familiari. Picchiata dal padre, violentata e messa incinta a 12 anni (con successivo aborto) da un fratello, pur di fuggire da quell’inferno si sposa molto giovane con un pescatore col vizio dell’alcol. Nascono nel frattempo le tre figlie (Lucia, Vincenza e Maria Concetta) e con un uomo già sposato si trasferisce a Milano. Finito il matrimonio ed anche la relazione extraconiugale, Rosalia si accasa col compagno Giuseppe Redaelli, che tutto sommato fa da padre alle tre ragazze, anche se le sue parole fredde e distaccate dopo l’omicidio denotano tutt’altro. Ha una sola preoccupazione: “Non pagavo l’affitto, ma la casa adesso è sigillata, mi hanno preso la macchina, e il padrone chissà se mi tiene al lavoro”. Consegnato Laika, il cane pastore a un vicino, si è trasferito dalla madre, a Lavagna, proprio dove ha buttato il corpo della figliastra e quando alle 6,00 del giorno seguente si è presentato in azienda, il datore di lavoro gli ha chiesto di mettersi in ferie. “Intanto sta a casa, così ti organizzi per il funerale”, gli ha detto.

Nel frattempo, nella periferia milanese Rosario Loria spera che la moglie “abbia capito” e che lo riprenda in casa.

Maria Concetta Romano, la vittima

Nel 2013, dopo 20 anni ed una permanenza ininterrotta in carcere, per il giorno di Natale il magistrato di sorveglianza di Milano ha concesso a Rosalia un permesso premio di 12 ore e così, presso un’associazione di volontariato ha potuto pranzare con una delle sue due figlie. Allo scadere del permesso è regolarmente rientrata in carcere, come nella favola di Cenerentola allo scadere della mezzanotte, ma nel suo caso, secondo la psicologa Maria Rita Parsi lei è l’incarnazione della matrigna cattiva di Biancaneve e la ”furia omicida”, nasce dall’immagine ”riflessa nello specchio delle brame’‘ di una donna in competizione con la figlia. “L’omicidio” -spiega ancora la Parsi- “diventa il saldo di un conto antico”, a seguito di ”tradimenti subiti nell’infanzia e nell’adolescenza da figure di riferimento femminili prim’ancora che maschili”, sicché la madre tradita ”si trasforma in matrigna” e non si scaglia contro l’uomo ma contro la figlia, la ”Biancaneve rivale che la sta soppiantando”.

Rosalia è una delle pochissime donne che, a fianco al suo nome nel casellario giudiziario italiano, ha la scritta «fine pena mai».

 

Fonte video e foto: Storie Maledette:  youtube.com/watch?v=jwnXJt8BnN4