Troppo spesso anche sui luoghi di lavoro portiamo in maniera più o meno velata ansie, angosce, preoccupazioni, problemi. Troppo spesso il lavoro diventa una sorta di salvagente dove la distrazione, la voglia di evadere regna sovrana. Il tentativo continuo di dimenticare, la voglia di scappare da ciò che ci si sente dentro. Quante volte gli alunni stessi (ed è proprio il caso scolastico) sono preda di queste “esternazioni”? Professori urtati da questioni personali che trovano nelle lacune dei ragazzi il loro spazio per reagire, per sfogarsi? Un punto di sfogo appunto. La scuola, il luogo di lavoro, come spazio per mascherare, cancellare. E allora i colleghi diventano un’ottima sponda per sviare da problematiche personali. Repressioni, delusioni, molto spesso anche una disistima che la famiglia o chi per essa arreca, viene ributtata, scaricata ingiustamente su alunni. Voglia di rifarsi, di dimostrare a se stessi e al mondo che si è capaci. Tentativi di emergere per reagire a frustrazioni.

Ma c’è chi non ce la fa. C’è chi crolla sotto certe pressioni, c’è chi non riesce a dimenticare, c’è chi non ha la forza o una compagnia di amici o colleghi che lo sostiene. Ne è da esempio il suicidio del caro povero prof. Cosa gli sarà passato per la testa per compiere un gesto tremendo, per giunta in uno spazio, come quello della palestra, dove si sa che gli alunni, i tuoi alunni ti vedranno? Fare volutamente non solo un gesto orribile ma rendere tutto visibile proprio per creare uno show. Per creare uno choc. Tanto è vero che sono stati alcuni studenti a trovare il corpo senza vita dell’uomo e tre ragazze hanno accusato malori, per poi essere condotte in ospedale. Malori dovuto al forte choc. Come riferisce l’Ansa, per gli studenti verrà avviato un percorso di sostegno con psicologi. Ma cosa si potrà dire a queste ragazze per consolarle? Si potrà dare una ragione? Esiste una ragione a tutto questo? Cosa dire ai familiari del professore? Come consolare un cuore straziato? Ci sarà un perché “ragionevole”? Una ragione “ragionevole” che giustifichi l’atto? Chi potrà consolare?

Come si fa a 50 anni a rinunciare alla vita? Ma non c’è età che giustifichi un gesto simile.

Del professore suicida ancora non si sa granché. La scuola di Brescia è stretta in un riservatissimo silenzio.

Le voci che girano parlano di un uomo “molto stimato” ma i motivi del suo gesto non sono ancora noti. Ma quando si sapranno, se si dovessero comprendere, non ci sarà giustificazione che rassereni l’animo dei familiari, degli studenti … e il nostro.