Lunedì 5 novembre 2018 si è svolto un grandioso concerto dei Pink Floyd Legend al Teatro Augusteo di Napoli. Grandioso per chi ha avuto modo di vivere la storia dei Pink Floyd negli anni 70/80, una vera e propria esperienza nella musica del grande gruppo inglese. La tribute band italiana ha messo in scena uno spettacolo musicale degno della fama che accompagna loro e del gruppo storico di cui sono grandi interpreti. Il concerto è stato ricco di effetti scenici di luci e colori, e ci ha fatto rivivere le canzoni più belle dei Pink Floyd, portando sul palco anche un’orchestra con coro composto da circa 100 componenti.

Partito da Milano con un “tutto esaurito”, il 26 febbraio al Teatro degli Arcimboldi, lo spettacolo è stata una tappa dell’Atom Heart Mother Tour in cui la tribute band italiana, la più importante nel nostro paese, ha eseguito live la suite d’orchestra che dà il titolo all’album dei Pink Floyd, uno dei capolavori della musica degli anni’70. Una perfetta fusione tra rock e musica classica che il gruppo ha saputo mettere in scena in maniera magistrale.

Il concerto è stato diviso in due parti in cui si sono alternati brani estratti dagli album più significativi dei Pink Floyd, tra cui The Dark Side of the Moon, The Wall, Animals e lo stesso Atom Heart Mother, e nella seconda parte è entrata in scena l’orchestra diretta dal Maestro Giovanni Cernicchiaro.

La scenografia ha riprodotto un tipico concerto della band, con il caratteristico grande schermo circolare sullo sfondo che trasmetteva video utilizzati dagli stessi Pink Floyd nei concerti, immagini di denuncia politica, scene dal film The Wall, interviste e molti effetti speciali.

Infatti, durante l’esecuzione di “Pigs (three different ones)”, tratto da Animals, è apparso dalle quinte il famoso maiale gigante utilizzato di solito dal gruppo inglese per denunciare, attraverso una serie di scritte sulla sua superficie, i danni delle guerre, la pericolosità di alcuni politici o le divisioni che spesso portano le religioni se interpretate in maniera esasperata ed estremista.

Il concerto è iniziato da subito in maniera incredibile con l’apertura affidata a un capolavoro, “Shine on you crazy diamond”, che ha riscaldato immediatamente l’ambiente, per continuare con altri grandi brani come Time, con il suo incredibile assolo, e The great gig in the sky, in cui una delle coriste ha saputo eseguire con grande trasporto e talento il lungo assolo vocale che lo caratterizza.

La seconda parte si è aperta con l’arrivo in scena dell’orchestra che ha accompagnato i musicisti in vari brani fino alla prima canzone tratta da Atom Heart Mother, Summer ’68, un omaggio a Richard Wright, autore del brano e polistrumentista dei Pink Floyd deceduto nel 2008. A seguire, finalmente abbiamo potuto ammirare la magnifica suite per coro e orchestra Atom Heart Mother, che la tribute band ha eseguito con passione, riproducendola in maniera coinvolgente, emozionando il pubblico.

Il concerto si è poi concluso con quattro brani da The Wall, Nobody Home, Vera, Bring the boys back home e la tanto attesa Comfortably Numb, il cui famoso assolo ha trascinato tutto il pubblico in intense emozioni.

Durante l’interpretazione dei brani, ad alternarsi alla voce sono stati Fabio Castaldi e Alessandro Errichetti, rispettivamente bassista e chitarrista che “interpretavano” Roger Waters e David Gilmour, cantando a turno i brani dei due fondatori dei Pink Floyd.

Atom Heart Mother, le cui partiture orchestrali furono scritte dal giovane compositore sperimentale Ron Geesin, si snoda attraverso straordinarie combinazioni tra musica classica e rock, alternando momenti pervasi da eleganti melodie ad altri di pura potenza sinfonica: Atom è considerato il disco della maturità e un punto di svolta nel percorso artistico per i Pink Floyd che abbandonano la psichedelia in nome del progressive rock.

E’ chiaro che quando si parla di gruppi musicali come i Pink Floyd non si sta parlando di una questione puramente musicale. I Pink Floyd sono stati una storia, “la Storia” di un modo di fare musica; sono stati una leggenda soprattutto perché attraverso la loro genialità (perché si parla di geni effettivi) si è snodata una generazione di ragazzi che si riconoscevano in quel modo di essere. Una generazione che si è fatta accompagnare da certi riff, da determinate canzoni che hanno segnato un’epoca caratterizzata da jeans, magliette, impegno sociale e anche uso di …troppa libertà. Un modo di fare musica dove veniva fuori un giudizio sul mondo, su ciò che accadeva a livello sociale, politico. Nessuna astrazione, nessun distacco dal reale, anzi. Non c’è che dire, la musica intesa come arte è, come poche, lo specchio di un popolo, di una società. E’ lo specchio di chi vive e si lascia accompagnare dai motivi che non solo restano nelle cuffie ma incidono su uno stato d’animo, su una giornata, su chi ne ha la dovuta sensibilità. C’è chi, inevitabilmente, sa descrivere certe situazioni meglio di noi. I Pink Floyd l’hanno fatto. Hanno tradotto in musica una condizione esistenziale. E allora ecco che ci rispecchiamo in un canto, in una poesia, in una canzone. E se tutto questo è vissuto intensamente allora abbraccia uno stato d’animo, abbraccia noi. Una canzone, un motivo in cui ci rispecchiamo, in cui il nostro carattere trova soddisfazione. Un abbraccio a ciò che siamo, una compagnia, un sorriso dato a tanta vita, a tanto sentire, a tanto essere. La musica è luogo fisico, spirituale, un luogo in cui riesco a trovarmi e dove posso dire: ecco, io sono quel brano, quel gruppo, quel genere di musica. Sono io e, forse, qualcun altro, un popolo, una generazione. Intanto sono io!