Verso il 2030 le risorse possedute dal pianeta si esauriranno, portando la fame nel mondo a diventare irreversibile.

È questo che emerge da uno studio del Barilla Center for Food and Nutrition secondo il quale i paesi industrializzati utilizzano il doppio, o addirittura il triplo dei prodotti necessari a nutrirci.

Il vero problema, legato a tutto ciò, è che tale iper sfruttamento non sono sta rendendo il pianeta sempre più spoglio e incapace di poter fornire sostentamento alla popolazione mondiale, ma finisce anche per devastarlo e impoverirlo, fino a renderlo completamente sterile.

A portare a tale, allarmante scenario è l’inarrestabile spreco alimentare portato avanti da tempo nei paesi ricchi (si calcola che qui, in Italia, ogni persona arrivi a buttare fino a 150 chili di cibo; il quantitativo di un piccolo nucleo familiare).

Eppure, ridurre il rischio di una “desertificazione globale” è possibile; non solo attraverso una maggiore accortezza alle scadenze presenti sulle confezioni e nell’acquistare solo quanto serve veramente per il fabbisogno proprio, ma anche riutilizzando ciò che avanza nei giorni successivi all’acquisto.

Il piano più ambizioso per il salvataggio delle risorse (e che si sta radicando in vari paesi europei) è quello di sfruttare il cibo recuperato tra alimenti venduti e donati per poter sfamare persone che non possono permetterselo e fornirlo a nazioni povere che ne hanno bisogno, invece di permettere che possa finire nei rifiuti perché scaduto o perché “esteticamente” imperfetto.

Tale operazione mirata garantirebbe, alla lunga, alle aziende coinvolte nella filiera produttiva, un massiccio rientro finanziario che indurrebbe a un potenziale cambio di rotta generale grazie al quale il rischio di ritrovarsi in uno scenario che quello del romanzo distopico di Harry Harrison, Make room! Make room! (dal quale è stato tratto il film 2022 – I Sopravvissuti) si potrebbe riuscire ad evitare.