L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 17 Dicembre scorso, ha votato una risoluzione sull’abolizione della pena di morte, nella quale 121 paesi si sono espressi a favore di essa, mentre 35 si sono opposti e 32 hanno preferito astenersi.

Tra le nazioni che hanno detto no alla fine della pena di morte sul proprio suolo, vi sono gli Stati Uniti D’America, nei quali la situazione non è mai stata gestibile in maniera uniforme, così da poter eliminare tale pratica in maniera definitiva.

Attualmente, nei bracci della morte americani sono presenti 2738 detenuti, in attesa o dell’esecuzione della condanna o del suo annullamento; l’alternativa a questi due fattori sono la commutazione in pena detentiva, il proscioglimento, il provvedimento di clemenza, se non morti per malattia o suicidio.

Quello che rende abominevole tale “pratica di giustizia” è il fatto che possono passare anni, se non decenni, dall’esecuzione della condanna, rendendo tale azione non più una punizione per un crimine, ma una tortura che si rivela peggiore del male commesso.

L’incapacità di mettere fine a tutto ciò è anche dovuta al fatto che circa la metà della popolazione americana è a favore delle esecuzioni, considerandole una valida risposta per determinati crimini, senza porsi problemi come prove manipolate o false testimonianze.

Tra coloro che sono stati giustiziati, il 75% presentava storie di gravi malattie mentali, danni cerebrali, menomazioni intellettive, o abusi cronici e traumi.

Il volere usare l’esecuzione capitale come deterrente per crimini violenti o gravi, da parte di parte di quel 50% di americani che ne sono a favore, rende l’idea di come il cosiddetto “concetto di giustizia” sia ampiamente travisato da alcuni.

Usare la morte come punizione allo scopo di prevenire crimini può, fin troppo facilmente, spingere chi ne commette a macchiarsi di atti peggiori, non avendo più niente da perdere, mettendo fine alla vita di più persone possibili.

La domanda è: quanto è davvero utile uccidere in nome dello Stato?