Perché c’è chi gioca con i piedi e chi gioca con la testa e il cuore

E’ ormai sentenza definitiva: Modric è il giocatore vincitore del Pallone d’oro. A dire il vero era già nell’aria. Se ne parlava da mesi, ancor prima del mondiale, quando nel Real Madrid vincitore della Champions chi mostrava una impressionante costanza di prestazioni era proprio lui. E’ chiaro che se si vanno a vedere le singole e spettacolari prestazioni dei soliti Cristiano Ronaldo, Messi e per ultimi Neymar, Mbappè sembra che non potesse esserci storia. Ma dietro le quinte di certe giocate, dietro le possibili i e libere iniziative di questi signori c’è sempre stato un lavoratore oscuro, un regista che permettesse tutto questo. Come ai tempi di Xavi e Iniesta che, purtroppo per loro, stando all’ombra dei grandi nomi hanno accumulato “solo” grandi riconoscimenti ma nessun titolo. Così Modric che, fortuna sua, ha approfittato di alcune défaillance di Messi e Ronaldo ed è riuscito ad emergere e vincere.

Mai chino su di sé, sempre pronto a scattare, fino al 120’, a sacrificarsi per la squadra e la stessa squadra pronta a supportarlo. Anche nel mondiale la differenza l’ha fatta lui o il mister Dalic. Tra squadre molto simili, la differenza, in questo caso, l’ha fatta Modric. Uno che anche nel Real Madrid esalta con le sue geometrie, il gioco della squadra, uno che mette a disposizione il suo genio per coprire l’errore del compagno, uno che partecipa al gioco e non si nasconde a differenza di altri campioni che abbiamo visto dove la loro bravura era fine a se stessa e non coinvolgente.

Vice campione mondiale ma anche vincitore dell’ennesima Champions League con la maglia del Real Madrid (la quarta dal 2013-14, terza consecutiva, a cui vanno sommate tre Supercoppe Europee e altrettanti Mondiali per club, sempre conquistati con la maglia del Real): annata che, al genio croato, era quindi già valsa il pallone d’oro del mondiale russo, oltre al premio come miglior giocatore della stagione per UEFA e Fifa. Trofei, anche questi, di cui è appunto “assolutamente degno”, per velocità di pensiero e di piedi, accentuatesi entrambi negli anni madrileni, dopo il quadriennio speso (dal 2008 al 2012) a Londra con la maglia del Tottenham, che l’aveva rilevato dalla Dinamo Zagabria.

Inevitabile, tuttavia, che anche la vittoria di un campione universalmente stimato come Modric, lasci dietro di sé motivi di discussione. Lascia perplesso l’atteggiamento di Ronaldo che ha disertato la premiazione poiché non lo ha vinto lui (ed è anche questo un terribile segno di onnipotenza, un bagno permanente di umiltà non gli farebbe male!) e così la famiglia che ha parlato di mafia nel mondo del calcio come se negli ultimi dieci anni chissà chi ci fosse stato sul gradino più alto. Ma sorvolando su di un atteggiamento arrogante e, quindi, ignorante, una nota deve essere fatta per Griezmann  che si è portato a casa il Mondiale con la Francia, la Supercoppa Europea e l’Europa League con l’Atletico Madrid, segnando nelle tre finali e strappando i primi due trofei proprio al Real di Modric. Non sarebbe stato, visti i titoli vinti e il ruolo avuto in questi successi, vincitore forse ancor più meritevole? O il Pallone d’Oro si sta lentamente trasformando in un premio alla carriera, e non più al migliore dell’annata? Oppure è ormai la Champions l’unico trofeo che conta, al punto da oscurare altri successi ugualmente meritati e sudati? Domande che, statene certi, saranno ancora sul tavolo il prossimo anno, e che continuano a ronzarci in testa mentre applaudiamo Luka Modric, il nuovo re del pianeta football.

Ci chiedevamo qualche mese fa: Ma continuando così, Modric meriterebbe davvero di diventare il giocatore numero uno al mondo? Lo è diventato ed ha saputo comunicare ciò che è il fine del gioco del calcio: partecipazione, condivisione, gioco di squadra. Se i vari Messi e Ronaldo hanno saputo trasmettere ciò che si può fare con il pallone con l’uso dei piedi, Modric ha dato esempio di come si possa giocare a pallone usando la testa e il cuore, cioè la passione e intelligenza.