Una vita fatta di abusi e violenze che hanno inizio nella casa a Mezzanino Po in provincia di Pavia, dove il padre ossessivo, geloso, violento, la cresce a furia di calci, insulti e schiaffi. Ma Milena Quaglini, è questo il nome della giovane sventurata, desidera scappar via da quel luogo e lo fa riuscendo a diplomarsi in ragioneria e a trovare lavoro come contabile in una società di impianti idrosanitari.

È qui che conosce Enrico, un uomo di 10 anni più grande di lei, separato e da cui ha il primo figlio Dario. Ma Enrico è malato di diabete e così pochi anni dopo il matrimonio, muore. Per Milena è impensabile ritornare nella casa paterna e così cerca un altro lavoro, e con grande tenacia e la sua vivace intelligenza, in breve tempo addirittura diventa capo reparto del centro commerciale di Pavia.

Qui incontra Mario Fogli, il suo secondo marito. Un nuovo matrimonio, momenti di gioia, un’apparente serenità ritrovata, tanto che da Mario ha due bimbe. La felicità però, dura poco, perché dopo la nascita della prima piccola, Mario sembra detestare Dario, il primo figlio della donna, tanto da costringerlo a dormire in garage, senza contare che obbliga Milena a stare a casa e a lasciare il lavoro continuando a ribadire: “donna che lavora, donna che tradisce”. Ma Mario fa lavori saltuari, ed i soldi sono pochi, così pochi che un giorno bussa alla porta un ufficiale giudiziario che reca tra le mani la comunicazione di un pignoramento, conseguenza di un fallimento. Milena trasale, non ne sa nulla. Nel frattempo nasce una seconda bambina, ma il rapporto tra coniugi è ormai già deteriorato, perché Mario è dedito all’alcool, è violento, picchia la donna, nonché Dario, che costringe a trovare lavoro.

Giusto Dalla Pozza

La situazione è diventata insostenibile, e dopo l’ennesima lite, Milena va via di casa e trova lavoro presso una palestra quale addetta alle pulizie. Chiaramente il salario è molto basso e così, allettata dalla proposta di un signore ultraottantenne molto gentile, Giusto Dalla Pozza, accetta di diventare la sua governante. Quest’uomo è comprensivo, perbene, tanto da prestarle 4 milioni di lire, ma… il prestito va restituito e la proposta è molto chiara, o restituisce quanto dovuto, oppure potrà pagare in natura. Ma le avance dell’anziano non si limitano alle parole e così, un giorno, la prende per un braccio e la getta sul letto, tentando di violentarla. Milena risponde all’aggressione, e presa una lampada lo colpisce forte alla testa, tanto forte che l’uomo stramazza al suolo in una pozza di sangue. La donna fugge, poche ore dopo però, ritorna sul luogo del delitto, chiama la polizia e dichiara di aver trovato l’anziano a terra, probabilmente vittima di un’aggressione o di una rapina. Gli agenti credono alla sua versione, e l’accaduto viene archiviato come incidente.

Senza più un lavoro e senza più denaro, la Quaglini decide di ritornare dal marito Mario, che la riprende in casa, ma i maltrattamenti ricominciano da subito e come prima. Milena da quest’uomo orrendo ha subito di tutto: pugni, calci, rottura di un timpano e persino di due denti.

Mario Fogli

Sopporta gli abusi… fino alla sera di domenica 2 agosto del 1998. Mario è a letto, la donna gli lega mani e piedi, poi gli avvolge intorno al collo il cordino di una tapparella, ed incomincia a tirare con una forza sovrumana, fino a quando l’uomo non esala il suo ultimo respiro. Le due figlie sono nella stanza accanto e non si accorgono di nulla, così Milena arrotola il corpo in un tappeto, affinché le piccole non lo vedano, e lo trascina fino al balcone, per poi chiamare ella stessa la polizia, dichiarando in lacrime al centralino: “ho ucciso mio marito“.

All’arrivo degli agenti, la donna confessa tutto, senza trascurare nessun particolare. Non è pentita, ed il giudice la condanna a 14 anni, pena poi ridotta a 6 per infermità mentale. Dopo la detenzione di un anno, durante la quale le sue due figlie, entrambe minorenni sono affidate alla sorella, viene trasferita in una clinica di Pavia per disintossicarsi dall’alcool. Dietro consiglio dei medici non ritorna in galera e la detenzione viene convertita in domiciliari. Ma Milena non sa dove andare, e così prova a ritornare dalla madre, che le sbatte la porta in faccia, perché non vuole saperne nulla di una figlia assassina! L’avvocato allora, si prodiga e le trova un alloggio presso una comunità, ma lei ricomincia a bere e da qui viene mandata via.

Disperata risponde ad un’inserzione su un giornale.

Cinquantenne dinamico, divorziato, longilineo, casa propria, cerca compagna socievole massimo quarantenne, per amicizia, convivenza, poi si vedrà.

Angelo Porrello

L’annuncio è scritto da Angelo Porrello, 53 anni, pregiudicato per abusi sessuali su minori; ma di questo Milena non ne è a conoscenza. Trascorrono pochi giorni, quando l’uomo la costringe sul letto e la stupra per ben due volte. Subita la violenza, lei si alza, si ricompone, gli chiede se gradisce un caffè, quindi va in cucina, lo prepara e lo “condisce” con un intero flacone di Minias, un potente sonnifero. Angelo cade addormentato come un sasso. È la sera del 5 ottobre 1999 e Milena, dopo l’ennesima violenza, decide di uccidere il suo aggressore; così, lo trascina nella vasca da bagno, apre il rubinetto, e lo annega.

Nel tentativo di cancellare ogni traccia dell’omicidio, lo sotterra nella concimaia dell’abitazione, e qualche giorno dopo si fa arrestare per violazione degli arresti domiciliari, così da essere in carcere nel momento in cui la polizia ritrova il cadavere di Porrello in avanzato stato di decomposizione. La Quaglini crede di averla fatta franca, ma le forze dell’ordine non ci mettono molto a risalire a lei attraverso delle lettere scritte all’uomo. A novembre Milena viene arrestata e finisce nel carcere di Vigevano, dove confessa tutto, anche l’omicidio di Giusto Dalla Pozza, che era stato archiviato come incidente.

Violenza psicologica, fisica, morale, divenute intollerabili: “A ogni schiaffo che prendevo da un uomo, rivivevo tutti quelli presi da mio padre […] Io sopportavo, sopportavo, sopportavo, finché non mi facevano qualcosa di intollerabile che mi faceva esplodere. […] Perché sono stanca, dalle botte in famiglia alle botte dal marito, alle botte dalla gente che non conosco neanche. Basta, basta, basta!”.

La donna sa dei tre omicidi, ma “Rifiuta – asserisce il suo legale, Licia Sardo – l’idea di averli commessi: li attribuisce ad un’altra donna perché parla di se stessa in terza persona e dice: ‘Milena ha fatto’ o ‘Milena ha detto’ “.

La rea, viene quindi condannata a sei anni e otto mesi per l’assassinio del marito e a venti mesi per eccesso di legittima difesa per la morte del Dalla Pozza. Per l’uccisione di Porrello, viene riconosciuta capace di intendere e di volere, ed è in carcere in attesa della sentenza, ma la depressione è molto forte, i farmaci sono costosi e le sue condizioni economiche assolutamente disastrose.

Non ce la fa più e così, una notte, all’una passata, prende un lenzuolo della sua cella, lo riduce a strisce ed una di queste se la lega al collo, entra quindi nell’armadietto in acciaio dove lega il cappio al gancio per appendere gli abiti, solleva le gambe e si lascia strangolare.

“Non ce la faccio più, perdonatemi, la mamma”, scrive ai figli.

È la notte del 16 ottobre 2001 e Milena muore da sola, arrendendosi ad una vita fatta di sofferenze e di uomini che non l’hanno mai amata davvero.

Milena in Italia è l’unica donna, che da vittima, diventa carnefice dei suoi aggressori.