Di recente condannata per veneficio è da tempo considerata come uno degli strumenti del potere” – Tacito

Nota per essere tra le prime, se non la prima, assassina seriale della storia, con una “carriera documentata”, Locusta, presumibilmente originaria della Gallia, fu ben nota nella Roma del I secolo d. C. per i servigi che elargiva ai potenti.

Attraverso la sua conoscenza letale della farmacopea tossica dell’epoca, realizzò le ambizioni di Claudio, Nerone e Agrippina, diventando la loro personale macchina di dispensatrice di morte.

Della sua infanzia e adolescenza non molto si conosce, ma poiché nata in Gallia, è presumibile che abbia appreso l’arte oscura del veneficio attingendo alle conoscenze dei druidi celtici. Arrivata a Roma come schiava, vi fece la propria fortuna aprendo una bottega sul Palatino vendendo elisir e veleni. Nessuno l’eguagliava per bravura. La sua esperienza con le erbe, nonché della fisiologia umana, la resero ben presto ricca e soprattutto ricercata da una clientela fatta di patrizi, senatori e matrone romane delle famiglie più note della capitale, che si dedicavano ad una stregoneria casalinga, fatta di filtri e pozioni per raggiungere piccoli e grandi obiettivi.

Tra le più note va annoverata l’imperatrice Agrippina, che pur di averla al proprio servizio la fece scarcerare, avendo intuito quanto la donna le sarebbe stata utile.

Locusta Fonte foto: italiastarmagazine.it

Spietata e talentuosa, la strega entrò nella corte imperiale dalla porta d’ingresso, divenendo un letale strumento nella guerra al potere che vi imperversava. Assassina senza scrupoli, ma anche esperta guaritrice, faceva concorrenza ai medici dell’epoca, ma le arti oscure furono quelle da lei predilette e praticate.

Scrupolosa e perfezionista, ogni uccisione era preceduta da una raccolta di informazioni in merito alle abitudini ed alla salute dell’individuo da eliminare, così da personalizzare ogni singolo delitto, sfruttando vizi, debolezze, passioni, nonché gusti strettamente culinari. È questo il caso di Claudio, consorte di Agrippina, un uomo ritenuto mediocre, salito al trono solo perché l’eccellente fratello Germanico era caduto in guerra. L’omicidio fu ben congegnato, in quanto l’uomo fu avvelenato mentre indulgeva nei piaceri della gola, infatti morì mangiando uno dei suoi piatti preferiti, ovvero dei funghi (altre fonti parlano del medico Sefonte, che operò su ordine di Agrippina). Era il 54 d.C. e Locusta con questo suo primo assassinio fece strada al regno di Nerone, segnando anche l’inizio per lei di una grande ricchezza e di un ruolo che mai era stato ricoperto a corte.

Dopo il decesso di Claudio però, la “donna” venne nuovamente arrestata, perché fu promulgato un editto che bandiva dall’Italia maghi, streghe, ed astrologi; la punizione era la prigione, e nel suo caso la pena capitale per aver ucciso Claudio, ma Nerone ne reclamava i servigi e così mandò un tribuno del pretorio a fermare l’esecuzione e le salvò la vita. La donna commise diversi omicidi ordinati da Nerone, ma le cronache dell’epoca riportano anche cinque delitti da lei compiuti per semplice “soddisfazione personale”, ma è possibile che il numero di vittime sia di molto superiore. Nell’ascesa al titolo di imperatore, Nerone aveva ancora un ostacolo, ovvero il fratellastro Britannico, un ragazzo di circa 14 anni che vantava i suoi stessi diritti al titolo, in quanto figlio di Claudio e dunque legittimo erede al trono. Il figlio di Agrippina desiderava eliminare l’intruso senza scandali e nessuno meglio di Locusta, poteva soddisfarlo. Alla sua richiesta la megera si mostrò perplessa, ma alla promessa della totale impunità da quel momento in poi, accettò di buon grado, anche perché nulla poteva essere rifiutato al futuro “Cesare” senza che ci fossero letali conseguenze. Secondo alcune fonti però, Locusta fallì al primo tentativo e il veleno provocò in Britannico una semplice diarrea. L’ira di Nerone fu terribile, tanto che la frustò con le proprie mani. Secondo Svetonio, Locusta si giustificò affermando di avere adoperato una dose leggera di pozione al fine di mascherare il delitto. Per il secondo tentativo, decise allora di utilizzare un veleno molto più potente, non senza però averlo sperimentato su una capra, poi su un maiale ed infine su uno schiavo e così, l’11 febbraio del 55 la morte del ragazzo avvenne in pubblico, al solo scopo di mostrare a tutti di quanta ferocia e forza Nerone fosse capace.

Ritratto di Britannico, Musei Vaticani. Fonte foto: jt1965blog.wordpress.com

Il giovane, memore della sorte toccata al padre, era solito far assaggiare cibo e bevande prima ad uno schiavo e fu così che l’astuzia di Locusta anticipò la sua “arte”, perché venne servita una coppa di vino senza veleno, ma eccessivamente caldo, che l’assaggiatore testò senza conseguenze. Rassicurato Britannico, venne allora aggiunta acqua fredda così da stemperare il contenuto della coppa, ma questa, era stata avvelenata. Il fanciullo si accasciò in preda alle convulsioni e agli sguardi accusatori dei commensali, Nerone rispose asserendo che doveva trattarsi di uno dei tanti attacchi epilettici di cui il giovane soffriva. Di lì a poco spirò e così, egli salì al trono affiancato dalla sua fatale strega.  Al fine di evitare di destare ulteriore interesse e curiosità per un decesso tanto innaturale, la vittima venne seppellita la notte stessa, sotto una pioggia scrociante e senza i dovuti onori, in Campo Marzio. Svetonio nel suo “La Vita dei Cesari (VI, 33)”, ricorda l’accaduto sulla base di quanto già si tramandava all’epoca: “Geloso di Britannico, che aveva una voce più gradevole della sua, e temendo d’altra parte che un giorno lo soppiantasse nel favore del popolo grazie al ricordo di suo padre, lo fece avvelenare”. Visti gli eccellenti risultati, a Locusta fu permesso persino di aprire una scuola per diffondere le sue conoscenze ad altre giovani donne.

Ma l’avvelenatrice, proprio per Nerone preparò il suo ultimo preparato. L’imperatore, però, deposto dai pretoriani, decise di non avvelenarsi e di morire in una maniera più plateale, infatti si pugnalò alla gola, aiutato dal segretario Epafrodito.

Deceduto il suo protettore, inevitabile era anche la fine di Locusta, che morì il 9 gennaio del 69 d.C. durante gli Agonalia dedicati a Giano, per ordine dell’imperatore Galba. Dobbiamo ad Apuleio una versione della sua morte secondo la quale, dopo aver sfilato in catene per tutta Roma, fu brutalmente stuprata da una giraffa ammaestrata e poi il corpo fu dilaniato nel circo da bestie feroci; una seconda versione vuole che sia stata strangolata e il suo cadavere dato successivamente alle fiamme.

Troviamo una delle prime citazioni di Locusta nella letteratura nelle Satire di Giovenale, dove si parla di una donna che “alle sue parenti inesperte insegna, meglio di Locusta, come seppellire le spoglie grigie dei mariti tra le chiacchiere della gente”.

Alexandre Dumas, ne Il conte di Montecristo, cita Locusta come “uno di quegli orribili e misteriosi fenomeni che ciascun secolo produce” e che la sua esistenza, assieme a quella di Agrippina Minore, costituiva “un’eccezione che provava l’ira del destino per perdere l’Impero romano contaminato da tanti delitti”.

La fama di questa donna letale ha cavalcato i secoli e seppure non fu un’assassina seriale per come oggi la intendiamo, è sicuramente corretto annoverarla tra i sicari al soldo dei potenti dell’epoca.

 

Foto copertina: Joseph-Noël Sylvestre, Nerone e Lucusta che sperimentano un veleno su uno schiavo, olio su tela, 1870-1880. Fonte Wikipedia