Leonarda Cianciulli è la prima assassina seriale della storia moderna d’Italia. Conosciuta come la saponificatrice di Correggio, uccise tra il 1939 ed il 1940 tre donne, le fece a pezzi e poi le sciolse nella soda caustica per farne sapone.

Originaria di Montella, dove nacque nel 1894, ebbe un’infanzia non facile, ed all’età di 23 anni sposò Raffaele Pansardi, disobbedendo agli ordini materni che la volevano in sposa ad un cugino che detestava. Dal suo memoriale intitolato “Confessioni di un’anima amareggiata” (che secondo alcuni in realtà è opera degli avvocati che la difesero al processo, avendo lei studiato solo fino alla terza elementare), si apprende che una maledizione fu scagliata dalla madre, la quale le augurava una vita piena di sofferenze, fatto che avrebbe profondamente segnato la personalità della donna e ne avrebbe condizionato la psiche. Ma, a destabilizzarla, alla maledizione si aggiunse la morte di 13 dei suoi 17 figli, soprattutto dopo la terribile profezia di una zingara la cui prima parte recitava: «Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi

Leonarda Cianciulli abbraccia il figlio Giuseppe Pansardi al processo

Pare che solo dopo aver interpellato una “strega” locale, Leonarda riuscì a portare a termine quattro gravidanze (tre maschi ed una femmina), tanto che nei suoi scritti si legge: «Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l’altra dalla terra nera… per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli

Il pensiero che la morte potesse portarle via i figli tanto amati e desiderati, l’ossessionava senza darle tregua; e così, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e con la concreta possibilità che il maggiore, Giuseppe, fosse richiamato alle armi, la donna ripensò all’aiuto magico ricevuto dalla strega molti anni prima, e così si dedicò alla magia, decidendo di compiere sacrifici umani in cambio della vita del figlio.

La Cianciulli con cura selezionò le sue vittime, ovvero tre donne sole che possedevano dei beni. Per loro inventò degli scenari lavorativi inesistenti, fatti di contatti di lavoro lontano da Correggio. Invitate a casa propria per un ultimo saluto, da lì non sono mai uscite,  impossessandosi tra l’altro dei loro averi. È ben nota la fine delle tre poverine, ovvero, divennero pezzi di sapone, nonché ingredienti per stufato e biscotti, che la stessa confessò di aver fatto mangiare ai figli, credendo così di salvarli da una morte misteriosa.

Richiamandosi alla dea Teti che aveva reso immortali i figli bagnandoli nelle acque del fiume Stige, allo stesso modo lei aveva salvato dalla morte i figli con il sangue delle sue vittime. La donna fu chiaramente dichiarata colpevole di triplice omicidio, distruzione di cadavere tramite saponificazione e furto aggravato, con anche una pena pecuniaria di 15.000 lire, nonché 30 anni di reclusione di cui 3 da scontare in un ospedale psichiatrico.

 La prima vittima fu Ermelinda Faustina Setti, una romantica zitella di 70 anni, che come la Cianciulli si occupava della vendita di abiti usati. In gioventù, la donna aveva avuto una figlia illegittima prematuramente morta, e nonostante non fosse più giovane, ancora sperava di incontrare l’amore. Ingannare la donna fu facilissimo. Bastò rassicurarla di averle trovato uno sposo, un suo personale amico benestante che abitava a Pola e così, chiedendole di non parlare a nessuno della sua partenza, onde evitare maldicenze e sfortuna, si fece firmare una delega per gestirne le proprietà. Il 17 dicembre 1939 Faustina trovò la morte nella casa dell’amica, dove Leonarda l’uccise a colpi di ascia, per poi trascinare nel corpo in uno stanzino dove ebbe cura di sezionarlo in 9 parti, raccogliendone il sangue in un secchio.

Come scriverà nel suo memoriale: «Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io.»

La seconda vittima fu Francesca Clementina Soavi, già insegnante d’asilo, a cui la Cianciulli promise una sistemazione presso un collegio femminile di Piacenza, di cui disse di conoscere il direttore, un caro amico sacerdote, il quale cercava un’insegnante di fiducia. Anche nel caso della Soavi, la trappola fu tesa, e il 5 settembre del 1940 la donna venne uccisa, non prima di aver scritto delle cartoline ai familiari per scusarsi dell’assenza, che il figlio di Leandra, Giuseppe, recatosi a Piacenza ebbe cura di spedire. Nel frattempo la vittima, come nel primo caso, aveva delegato la donna nella vendita dei propri beni.

 

La terza vittima fu la 59enne Virginia Cacioppo, un’ex soprano a cui promise un impiego a Firenze come segretaria di un impresario teatrale. Anche a lei chiese di non parlare a nessuno del nuovo ingaggio, e così la poveretta il 30 novembre 1940 finì nel pentolone. A proposito di lei la Cianciulli scriverà nel suo memoriale: «Finì nel pentolone, come le altre due (…); ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce

 

La scomparsa delle tre donne non rimase inosservata, e nonostante l’attenta selezione della Cianciulli nell’individuare le sue vittime tra persone anziane e sole, a cui aveva chiesto il silenzio, la signora Albertina Fanti, cognata di Virginia Cacioppo, non ricevendo da tempo sue notizie, decise di denunciarne ufficialmente la scomparsa al questore di Reggio Emilia, che incaricò delle indagini il commissario Serrao. I sospetti di quest’ultimo subito ricaddero su Leonarda, che aveva intrattenuto rapporti di amicizia con tutte e tre, e così venne arrestata non senza che però delle tracce conducessero a lei. Un buono del tesoro appartenente alla Cacioppo era stato presentato dal parroco al banco di San Prospero. Questi, dichiarò di averlo ricevuto da un amico della Cianciulli, che a sua volta affermò di averlo avuto dalla stessa per il saldo di un debito. I due uomini, ovvero il prete e l’amico di Leonarda, vennero sospettati per associazione a delinquere, ma poi cadendo tali sospetti per l’estraneità ai fatti, solo la donna ed il figlio vennero accusati, tanto che Giuseppe scontò 5 anni di reclusione per poi essere rilasciato per insufficienza di prove.

La stessa Cianciulli dopo numerosissimi interrogatori e non senza reticenza, confessò di aver ucciso tutte e tre le vittime. La donna cercò in tutti i modi di convincere la giuria di essere l’unica colpevole degli omicidi al solo scopo di scagionare il figlio, tanto che leggenda vuole che durante il processo, iniziato il 12 giugno 1946, venne condotta di nascosto in obitorio dove sezionò un cadavere in soli 12 minuti. In realtà una detenuta si prestò quale manichino per effettuare la dimostrazione.

La difesa puntò sulla totale infermità mentale della donna, apportando quale prova il memoriale scritto dalla stessa, ma nonostante la perizia del professor Filippo Saporito, docente all’Università di Roma e direttore del manicomio criminale di Aversa, riuscì a spuntarla solo per la seminfermità. Il professor Saporito aveva pronunciato la sua diagnosi seguendo le teorie di Cesare Lombroso.

La Cianciulli ritenuta così colpevole, anche a causa dei reperti d’ambiente (sangue e dentiera appartenenti alle vittime ritrovati nella sua casa), venne condannata ad almeno 3 anni di manicomio criminale e 30 di reclusione. Leonarda entrò in manicomio e di fatto non ne uscì più, morendo dopo 24 anni il 15 ottobre 1970 nell’ospedale psichiatrico di Pozzuoli all’età di 77 anni per apoplessia cerebrale (ictus).

Sepolta a Pozzuoli in una tomba per poveri, nel 1975, dopo che nessuno ne reclamò il corpo, le spoglie finirono nell’ossario comune del cimitero della città.

Gli strumenti di morte usati dalla Cianciulli per compiere i tre omicidi: il martello, il seghetto, il coltello da cucina, le scuri, la mannaia e il treppiede, sono conservati dal 1949 a Roma nel Museo Criminologico.