Si festeggia la mamma, la festa per un ringraziamento profondo per chi ha permesso la vita, la mia vita, la nostra vita. In una realtà scombussolata come quella contemporanea sembra che anche l’oggettività della maternità venga discussa, ridotta, manipolata. Se ne parla senza più quel senso di gratuità, di commozione, di sorpresa. Di sicuro non si può prescindere da una oggettività, che è la realtà dei fatti. Quello che solo una donna genera. Ma spesso se ne sminuisce il valore, propagandando la maternità quasi come una robotizzazione asettica della donna, una macchina procreatrice. E questo è sconfortante.

Per fortuna anche dal più “scontato” vocabolario come Wikipedia si leggono parole confortanti.

La madre:

  1.     è indispensabile affinché si formi l’Io del bambino e affinché quest’Io possa crescere sano e forte.  
  2.     dà al bambino la possibilità di instaurare una relazione con il mondo. Ciò permette al neonato di acquisire le prime esperienze culturali e sociali.

‹‹In tutti i miei lavori ho sottolineato l’importanza della prima relazione oggettuale del bambino – il rapporto con il seno materno e con la madre – e sono giunta alla conclusione che se questo oggetto primario, il quale viene introiettato, mette nell’Io radici abbastanza salde, viene posta una base solida per uno sviluppo soddisfacente››.

  1.     È la fonte della sua sicurezza interiore. 
  2.     Soddisfa i bisogni primari del bambino sia per quanto riguarda gli aspetti biologici sia soprattutto per quanto riguarda gli i suoi bisogni psicologici che Levy citato da De Negri chiama “fame primaria d’amore”.

Ultimamente abbiamo assistito a incontri, anche televisivi, dove, per fortuna, uomini dello spessore di Massimo Recalcati o in passato Don Luigi Giussani e così Franco Nembrini, hanno saputo esporre e puntualizzare alcuni concetti basilari, indiscutibili sul valore della madre. Recalcati nella serie televisiva “Lessico famigliare” si esprimeva in questi termini:

“I bambini hanno bisogno che le loro madri restino donne, che abbiano interessi e passioni nel mondo. I nostri figli hanno bisogno anche dell’assenza della madre, altrimenti non c’è libertà. E’ la donna che salva il bambino dal rischio di essere assorbito dalla madre”: quante donne vivono l’esperienza della maternità in modo così totalizzante da dimenticare il proprio essere donna, le proprie aspirazioni, i propri sogni. A volte finiamo col chiederci chi eravamo prima di essere diventata madre e cosa sia accaduto alla donna che c’era prima”.

Molto spesso inquietudine, collera e rabbia della madre emergono quando la donna che è dentro di lei rigetta con forza il suo sacrificio. E anche se guardiamo al bambino: egli ha bisogno, sì, della presenza della mamma (del suo sguardo, delle coccole, dell’abbraccio), ma hanno altrettanto bisogno dell’assenza delle madri, perché solo in questo modo può esserci libertà dalla madre…”. Una trappola d’amore che non permette loro di affrancarsi e diventare liberi. Se salvaguardiamo, proteggiamo la nostra dimensione individuale, intima, nella quale i bambini non entrano, se in qualche modo ci sembra di abbandonarli, costringendoli ad essere liberi da noi.

Può sembrare strano, sbagliato, e per le donne che hanno abbracciato in modo totalizzante la maternità può essere molto difficile recuperare una dimensione che vada aldilà.

“Ripartiamo da lì, da ciò che riempiva la nostra vita allora e che oggi sembra essere così insulso, inutile, qualcosa che ci distoglie dalla cosa più importante, i nostri bambini, e cominciamo a considerarlo come qualcosa di importante per noi come persone. Riscoprire la nostra individualità permette anche di cambiare approccio mentale, di abituarsi all’idea che il dono più alto della maternità non è avere un figlio “proprio”, ma dare la vita ad un figlio “proprio” che in realtà non lo è”. E’ un individuo destinato ad andarsene e che noi stesse aiutiamo ad imparare a camminare e muoversi nel mondo, per poterci poi abbandonare. Secondo Recalcati essere madre vuol dire anche “ospitare la vita nella vita, crescere la vita, prendersi cura della vita rendere la vita del figlio vita unica ed insostituibile, ma al tempo stesso saper perdere questa vita, saper lasciare andare questa vita”.

Ma qual è il dono più alto della maternità? Di sicuro generare ma essere madre vuol dire anche crescere un figlio, evidenziare quella libertà di cui è fatto. Quella libertà che, come sottolineava Giussani mi porta a riconoscere ciò per cui sono fatto, l’origine di me stesso, il nesso tra l’essere figlio di mia madre e l’essere figlio di Chi ha amato il mio destino, di chi ha amato me attraverso l’amore di mia madre. Di Chi ha amato me e mia madre.