A Canne l’esercito Cartaginese inferiore per numero a quello romano, ebbe la meglio e determinò per Roma una grande disfatta, che ancora oggi viene studiata per le tattiche militari utilizzate. L’Ofanto (latino Aufidus) è un grande fiume che si trova nella nostra Puglia. Ha una lunghezza di 134 km e sfocia nell’Adriatico a sud del Reno. Il fiume è famoso per molti eventi storici importanti, tra questi figura l’evento che ancora oggi ricordiamo: è la battaglia di Canne tra Romani e Cartaginesi, svoltasi nei pressi dell’odierna Barletta, in località Canne della Battaglia. Il 2 agosto del 216 a.C., Canne, che era un’antica città della Puglia, si trovava sopra una altura sulla riva destra del fiume a circa 54 metri sopra il livello del mare, e a circa 10 km da esso. Proprio a Canne, come detto, si svolse quella sanguinosa battaglia epica, ove le tattiche militari messe in campo da Annibale Barca provocarono incredibilmente la morte di almeno 74.200 uomini tra le fila dei soldati romani, su un totale di 86.000 soldati che vi parteciparono. Al contrario i Cartaginesi se la cavarono con una perdita di soli 5.900 uomini, tra fanti e cavalieri su 50.000 uomini a disposizione.

La battaglia di Canne è compresa nella II Guerra Punica che va dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Spagna e Italia, dopo in Africa, ove si svolse la battaglia di Zama (19 ottobre 202 a.C.), che segnò sicuramente un forte ridimensionamento della potenza militare di Cartagine. La battaglia di Canne durò per l’intera giornata del 2 agosto del 216 a.C. Da una parte vi erano i Romani e gli alleati italici, dall’altra i Cartaginesi, gli alleati libici, ispanici e gallici. Tito Livio, il grande storico romano, ci ha tramandato i motivi della disfatta romana. L’armata cartaginese obbediva compatta al solo Annibale, mentre le legioni romane obbedivano a due Consoli: Lucio Emilio Paolo e Publio Terenzio Varrone, con tattiche completamente diverse: Varrone voleva lo scontro totale, Lucio Emilio Paolo era un temporeggiatore, determinato nel voler fiaccare il nemico a poco a poco. In effetti questo sistema di comando a due aveva lo scopo di evitare tra loro conflitti che potevano paralizzare l’azione; i due Consoli comandavano le legioni romane un giorno a testa, alternativamente. Questo sistema funzionava solo se vi era un accordo di fondo tra i due Consoli; al contrario, se le scelte erano del tutto opposte, capiamo bene che  la scelta dello “scontro frontale” era praticamente affidata alla mera casualità di una semplice data; il 2 agosto 216 a.C. il comando delle legioni romane era affidato a Varrone. In concreto un gruppo di Numidi scagliò alcuni giavellotti verso il campo romano e Varrone diede il comando ai suoi di attaccare immediatamente. Annibale attendeva proprio questo. Alla fine della battaglia Terenzio Varrone si salvò, tentando di riorganizzare i superstiti, mentre Lucio Emilio Paolo morì combattendo e rifiutando di farsi salvare da un suo ufficiale sul suo cavallo. Gli Iberici avevano la “falcata” di 60 cm., costituita da tre lamine saldate insieme al calore della fornace, ricurva, come una scimitarra, con punta larga e acuminata: tagliava e squarciava.

I fanti pesanti iberici avevano un giavellotto in ferro con una punta circondata da vari uncini sporgenti, molto efficace sugli scudi dei nemici. Avevano inoltre la “falarica”, costituita da un’asta di legno con una punta di ferro di 90 cm; veniva lanciata a mano e la punta conteneva un panno pieno di olio e pece, che era acceso prima del lancio. Oltre questa gli Iberici avevano, come scudi, delle pesanti tavole squadrate. I Galli, invece, combattevano mostrando le membra nude. Avevano lunghe spade con lame di 60 cm e scudi ovali alti 1 metro e rinforzati al centro con piastre metalliche. I legionari romani avevano elmetti metallici, le “loriche”, cioè corazze che cingevano il busto, di vario tipo e forma, (gli ufficiali ne avevano una con le forme del busto, a due gusci, anteriore e posteriore, agganciati alle spalle e in vita da lacci di cuoio). Sulla pelle il soldato portava bluse di feltro o lino, più o meno come quelle dei nemici. I legionari Romani erano poi dotati di una spada (gladium) e di uno o due giavellotti (pilum). Il gladio, con una lama di circa 60 cm, a punta triangolare, e affilata su ambedue i lati. Il pilum era lungo dai 150 ai 190 cm. La parte posteriore aveva una piccola punta in metallo per controbilanciare il giavellotto. Fatto di legno robusto, terminava con una parte metallica di circa 60 cm, con una punta finale triangolare, raccordata con la parte del legno.

I Romani avevano in dotazione anche lo “scutum” uno scudo con una ovale convessa di 4 piedi di lunghezza. Era fatto da assi di legno, tenute insieme con colla organica. All’esterno era ricoperto da uno strato di lino e sopra da un altro di cuoio di vitello. I bordi erano in lamiera di ferro. La gamba sinistra dei legionari, poiché era di spinta nel lancio del pilum, era protetta da un parastinco di pelle o di metallo. C’è da dire che Annibale era molto astuto e capace di sfoderare trappole veramente strategiche, agguati, e stratagemmi che impressionarono i Romani. Schierò i suoi soldati, in modo di avere la luce del sole di fianco, onde evitare che fossero abbagliati dai riflessi sugli scudi e sulle lame dei Romani. Peraltro era a conoscenza del fatto che nella Piana di Canne alle prime ore del giorno spirava un vento polveroso, che doveva tenersi alle spalle del suo esercito, solo per poter giovarsi delle ovvie difficoltà visive per i suoi nemici: per questo motivo partì all’attacco quando “la polvere sembrava tenersi alta nel cielo”, secondo Ennio.

A parte questi eventi naturali di cui si giovò Annibale, è rimasto memorabile il trucco dei 500 cavalieri numidi schierati all’ala destra dello schieramento e contrapposti agli alleati italici dei Romani. Ciascuno dei 500 cavalieri numidi aveva nascosto la spada sotto la corazza. Essi finsero di arrendersi e i Romani li radunarono tutti dietro il loro schieramento. Mentre i Romani si concentrarono nei combattimenti, i Numidi con scudi e spade occultate assalirono i Romani alle spalle, che morirono in gran numero. Sappiamo che alla destra dello schieramento romano vi era la cavalleria pesante di Annibale più numerosa di quella romana, composta da Galli e Ispanici. Questi ultimi avevano una caratteristica: lanciavano giavellotti in corsa. Questa circostanza spaventò i Romani che si scompaginarono. Altra circostanza favorevole ai cartaginesi era la seguente: la cavalleria romana a destra aveva il fiume, a sinistra le legioni, quindi aveva uno strettissimo spazio di manovra. Inoltre i cavalieri Galli e Iberici saltarono letteralmente a terra dal cavallo, afferrarono i cavalieri romani e li costrinsero a combattere al suolo, uccidendone in gran parte. Questa tecnica veramente sconosciuta ai cavalieri romani fece la differenza. Alla fine della battaglia morirono, come già detto, circa 74.200 Romani. Infatti, dopo il crollo della cavalleria romana, Annibale poté facilmente accerchiare l’esercito romano e annientarlo. Era composto da almeno 8 legioni e ogni legione era composta da almeno 5.000 uomini, oltre agli alleati italici (Rutuli, Sicani, Prenestini, i Fiesolani, gli Equi Falisci, ecc.). Naturalmente sui numeri dei caduti romani e cartaginesi non vi è accordo. L’unica cosa sicura è che l’esercito romano era di gran lunga superiore a quello cartaginese. Questa battaglia viene tuttora studiata per le tattiche militari messe in campo da Annibale!

FONTI: Polibio, Storie III – Livio, AB Urbe Condita – Le puniche di Silio Italico.