Jean-Francois Millet nasce in Normandia nel 1814 il 4 ottobre giorno di s. Francesco da cui prenderà il secondo nome. Grazie alla presenza di uno zio sacerdote ha una preparazione culturale notevole. Conosce il latino e il greco. Si sposa con Virginie Ono ma dopo due anni muore. Da un’altra relazione nascono 9 figli come era per lui. Era il 9 figlio. Nel 1849 scoppia a Parigi un’epidemia e scappa a Barbizon dove insieme a Corot e Rousseau fonda la scuola di Barbizon, attenta alla natura alla pittura paesaggista. Millet trova la sua vocazione nella pittura dove ritrae uomini al lavoro.

Quando uno lavora che coscienza ha di sé? Cosa vuol dire essere un lavoratore? Millet di famiglia contadina, dopo un inizio difficile si convinse che la sua strada artistica era legata alla rappresentazione di scene di vita rurale che seppe ritrarre con una nobiltà e una solennità fino ad allora ignote.

“Voglio cimentarmi con temi diversi da quelli mitologici … è il lato umano, schiettamente umano che mi tocca di più”. “Mangerai il pane con il sudore della tua fronte. E’ questo il lavoro allegro, piacevole al quale alcune persone vorrebbero farci credere? Malgrado tutto, è lì che secondo me, si trova la vera umanità, la grande poesia”. Nelle scene raffigurate c’è qualcosa di eterno, nell’istante più banale, qualcosa di grande nei gesti degli umili contadini.

“E’ il lato umano, schiettamente umano quello che in arte mi tocca di più; … nel disegno non farò nulla che non sia il risultato di impressioni ricevute dall’aspetto della natura, sia esso paesaggi o figure. E non è mai il lato gioioso quello che mi appare … ciò che di più allegro conosco è questa calma, questo silenzio di cui si gioisce così intimamente nel bosco o nei campi arati.”

Il lavoro deriva dal fatto che l’uomo è simile a Dio: come il padre è l’eterno lavoratore così l’uomo è il lavoratore. Detto tra di noi la bellezza, il senso di una cosa la percepisci meglio se ottenuta con fatica, la conquista è tanto più valorosa, più intensa quanto più è dura la strada per arrivarci.

Gesù nel vangelo dà questa definizione di Dio: Mio Padre è l’eterno lavoratore! Con questa affermazione indica il lavoro come espressione dell’essere. Anche per noi il lavoro è l’espressione del nostro essere. Questa coscienza dà veramente respiro all’operaio che per otto ore fatica sul banco di lavoro, come all’imprenditore, come al contadino che si alza alle cinque del mattino per arare i campi.

Si lavora con dignità, con onore, assoluto. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale. Il campo doveva essere coltivato, arato bene. Non per il salario, non per il padrone. Doveva essere fatto bene di per sé. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto. Tutto era un elevarsi, interiore, e un pregare, tutto il giorno (se trovo coscienza in ciò che faccio ma non per ciò che faccio ma per la coscienza che ho di me in ciò che faccio, allora lavoro con gioia!)

Giussani sottolinea che il lavoro vissuto come scopo sociale non esaurisce la totalità dei fattori in gioco. Anche il lavoro deve servire ad essere funzione della verità e della felicità cui l’uomo personalmente aspira. Lo scopo del lavoro non può essere il lavoro stesso ma l’uomo!

Alla pittura di Millet guardò commosso Van Gogh che non si fece semplicemente discepolo ma figlio. Riprese le opere di Millet traducendo la religiosità dei contadini nei colori a lui più cari.

Perché mai il lavoro di un piantatore di fagioli dovrebbe essere meno interessante o meno nobile di qualsiasi altra attività? Si dovrebbe riconoscere che la nobiltà o la bassezza risiede nel modo in cui tali cose vengono comprese o rappresentate, non nelle cose in sé”.

Millet dipinse più volte madri che insegnano a leggere o a lavorare ai bambini: il compito materno non si limita alla cura del corpo, ma si compie nell’educare, nell’introdurre i figli alla vita e al lavoro.

“A mio modo di vedere, Millet, come uomo ha indicato ai pittori una strada. Perciò lo ripeto: Millet è papà Millet, vale a dire il consigliere, la guida dei giovani pittori in tutto. La maggior parte di quelli che conosco dovrebbero essergli grati per questo. Penso spesso a Millet quando sosteneva l’importanza del dolore umano come condizione indispensabile ad ogni espressione della creatività artistica.” (Van Gogh)