Anche allo Juventus Stadium uno striscione che ha reso onore ai campioni granata

Era il 4 Maggio del 1949 quando l’intera squadra di calcio del Torino si schiantò contro il muro posteriore della Basilica di Superga, che sorge sulla collina torinese. L’incidente avvenne per le pessime condizioni meteo caratterizzate da pioggia e nebbia, che mandò fuori rotta l’aereo. Il ricordo della tragedia di Superga ci porta immediatamente alla più recente tragedia legata alla squadra del Chapecoense deceduta quasi per intero nell’incidente aereo che è avvenuto in Colombia e nel quale sono morte 71 delle 77 persone che viaggiavano a bordo.

Tra i passeggeri, proprio come fu per il Toro, c’erano i componenti della squadra di calcio della serie A brasiliana Chapecoense, che avrebbe dovuto giocare la finale della Coppa Sudamericana (l’equivalente dell’Europa League) contro l’Atletico Nacional di Medellin.

Due tragedie che hanno accomunato tanti destini, tante vite di calciatori, giornalisti, persone in qualche modo famose. Idoli di tifosi e, soprattutto, giovani vite spezzate da un comune tragico destino. In particolare il grande Torino non solo era una squadra imbattibile ma formava quasi per intero anche la nazionale di calcio italiana.

Nella tragedia di Superga le vittime furono 31. Fu azzerata una intera squadra che vinceva praticamente tutto e proprio per questo venne etichettata come il Grande Torino. La tragedia si consumò nel viaggio di ritorno da un’amichevole svolta a Lisbona. Il giorno dei funerali quasi un milione di persone scese in piazza a Torino per dare l’ultimo saluto alla squadra.

La trasferta portoghese si incrociava con il finale di campionato e, anche se il Toro era in testa per l’ennesimo anno, gli avversari incalzavano e le distrazioni potevano risultare pericolose. «Va bene – aveva detto Mazzola – facciamo così: se a San Siro contro l’Inter non perderemo, andremo in Portogallo». Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinque punti con sole quattro partite da giocare.

«Nell’ora del pericolo – scrisse quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore – la squadra granata ha svelato una potente freschezza atletica e anche questi sono segni della classe di una squadra; voglio dire: saper essere tempestivamente al momento giusto, sempre aderenti alla situazione. Ed era una situazione difficile per il Torino. Domani i campioni partono per Lisbona».

Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: «Stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l’aereo, che ha trasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti, spiccherà il volo per atterrare all’Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare…». E invece ballarono troppo, tanto da schiantarsi sulla montagna.

Vittorio Pozzo, ex commissario tecnico della Nazionale che aveva praticamente portato nove undicesimi della squadra granata nella nazionale di calcio, ebbe l’incarico di riconoscere le salme. Le cronache raccontano che Pozzo avanzava con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che correva, che gridava, che piangeva. «Su un lato del terrazzo – ricorderà qualche anno dopo – spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi, non martoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano… Li riconobbi, e li nominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato un’indicazione errata. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle cravatte, da tutto. Fu allora che mi accorsi di un maresciallo dei carabinieri, che mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. “Nessuno meglio di lei…”, sussurrò, mettendosi sull’attenti. Fu allora, mentre rovistavo fra i resti di un po’ di tutto che giacevano al suolo, che un uomo più alto di me ed avvolto in un impermeabile, mi mise una mano sulla spalla e mi disse in inglese: ‘Your boys”, i suoi ragazzi. Era John Hansen della Juventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi, in quel momento. Dopo sì».

«Noi tre dobbiamo morire insieme – diceva Rigamonti – perché siamo troppo amici; e tu Martelli, che sei piccolo, ti porteremo in tasca dal Signore Iddio». «Siamo vecchi torinesi – annota ancora Carlin – ma non ricordiamo di aver mai visto nulla di simile, una unanimità così commossa, una vibrazione così profonda».

In occasione del derby con il Torino, ieri, i tifosi della Juventus hanno voluto ricordare i grandi uomini del Torino con uno striscione allo Juventus Stadium. Non è un fatto banale visto che, al di là della coincidenza dell’evento disastroso c’è stata una partita e, forse, un gesto di rispetto tra due tifoserie che raramente si vede negli ultimi tempi. Il fatto che colpisce è che si possa dar spazio finalmente ad un po’ di umanità che troppo spesso soffochiamo e riconoscere una oggettività di bellezza e simpatia per l’umano. Troppo spesso il mondo del calcio diventa luogo di sfogo delle sensazioni più becere. Ieri il gesto forse più scontato ma più bello che si è visto e che ha aiutato tifosi e non, a ricordare chi, come il grande Torino, ha dato lustro al mondo del calcio per tanti anni.