Le cronache del Regno di Napoli tra il ‘600 e il ‘700 riportano non pochi fatti legati a creature fantastiche.

È questa una di quelle storie in cui un mostro, e più precisamente un drago, infestava la palude nei pressi dell’antico Castel Capuano. Era l’anno 832, ed un enorme serpente imperversava in quei luoghi, contaminando con il suo alito pestilenziale tutta la zona, e divorando animali ed uomini. Si narra anche che molti furono trasformati in pietra guardandolo negli occhi, e che solo un nobile di nome Gismondo, pervaso dalla devozione e più che mai fermo nel proposito di recarsi presso la chiesa di San Pietro ad Aram nella quale San Pietro giunto a Napoli celebrò la sua prima messa diffondendo il culto Cristiano, dopo essersi affidato alla Vergine Maria attraversò la palude abitata dal serpente rimanendone assolutamente illeso. Con non poco stupore non incontrò nemmeno il mostro, e la notte che precedette il viaggio di ritorno, in sogno gli apparve la Madonna, la quale lo informò che essa stessa aveva ucciso il drago, e che passando per la palude ne avrebbe ritrovata la carcassa. Proprio lì, a Gismondo chiese di edificare una chiesa in suo nome, affinché un luogo di morte e disperazione divenisse invece di fede e speranza. Il nobile non tradì le attese della Vergine, e come promesso fece costruire una chiesa che chiamò Santa Maria dell’Agnone, laddove dal latino Angius significa appunto grosso serpente. Nell’Ottocento la chiesa fu adibita a carcere femminile ed i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale la rasero al suolo.

Tutta la vicenda ci viene raccontata da fra Serafino Montorio nel suo “Zodiaco di Maria, ovvero le dodici province del Regno di Napoli” , pubblicato a Napoli nel 1715, dove racconta della presenza dei draghi nella città. A memoria dell’episodio, sopravvive una stradina chiamata Vico della serpe, proprio laddove Porta Capuana rappresentava l’ingresso alla città e dove tutta l’area, posta al di fuori della porta, e dunque della cinta muraria, era completamente paludosa.

Secondo alcuni, la storia di fra Serafino potrebbe essere un modo epico per raccontare della bonifica del luogo consacrato poi alla Vergine. Molto più tardi, Bartolomeo Capasso, illustre studioso di storia patria napoletana, ritrovò presso la stradina un pezzo di marmo raffigurante una serpe, che secondo la mitologia greca rappresenta il simbolo della medicina, ovvero il dio Asclepio, per i latini Esculapio, patrono dell’arte medica. Capasso ipotizzò che al tempo dei romani, laddove era stata eretta la chiesa cristiana, ci fosse un tempio dedicato proprio ad Asclepio, e che dunque Vico delle Serpi avrebbe un’origine direttamente legata alla mitologia greca.