Una nuova disciplina si sviluppa unendo l’Arte e la Medicina, ovvero la iconodiagnostica. Si tratta della diagnostica medica che viene applicata allo studio delle opere d’arte, uno studio introdotto nel 1983 da Anneliese Pontius, psichiatra dell’Università di Harvard, e portato avanti dal professor Vito Franco in Italia (professore ordinario di anatomia patologica all’Università di Palermo). Grazie alla sinergia tra medicina e storia dell’arte che esaminano i dettagli di dipinti e statue per scorgere eventuali segni di stati morbosi, rende possibile ricostruire le malattie che maggiormente hanno caratterizzato un dato periodo storico e la percezione e interpretazione che ne aveva la popolazione di quel periodo.

Quindi con l’iconodiagnostica si usa il condizionale perché non si tratta di una scienza esatta, non possiamo avere la certezza che un certo personaggio soffrisse di quella malattia; ci si limita a fare delle ipotesi. Anche perché alcuni tratti potrebbero essere semplicemente delle scelte stilistiche, imperfezioni o disattenzioni dell’artista, né è un esempio “La grande odalisca” di Ingres, rappresentata con una lunghezza spropositata della colonna vertebrale, come se avesse una quinta vertebra in più, un’anomalia che in natura non esiste.

Ritornando alla ricerca e alla studio dell’iconodiagnostica, ecco alcune esempi di opere studiate e a cui i medici hanno dato una loro lettura ed interpretazione scientifica.

Prendendo in esame il ritratto più famoso al mondo: la “Gioconda” di Leonardo da Vinci, nota anche come Monna Lisa, è dipinta con uno sguardo enigmatico posta di tre quarti con il busto rivolto verso destra e il volto verso l’osservatore: la diagnostica ha elaborato diverse ipotesi sulle possibili malattie della protagonista. Per molti la protuberanza di colore giallognolo biancastro nell’angolo interno dell’occhio sinistro non sarebbe altro che uno xantelasma, cioè un accumulo di grasso. Spia di un’iperlipemia, ossia un aumento di colesterolo nel sangue. Questa tesi sarebbe supportata anche dalla presenza di un lipoma, un accumulo di grasso, sulla mano in primo piano. Queste stesse manifestazioni, però, potrebbero anche essere collegate ad altre malattie, infatti negli anni si è parlato di ipotiroidismo da cirrosi in gravidanza tant’è che le mani della Gioconda presenterebbe alterazioni, che dipendono dalle variazioni ormonali della gestazione.

Quest’ultimo sospetto che va a segnare il volto dall’enigmatico sorriso è la ‘diagnosi su tela’ firmata dall’Harvard Medical School-Università della California che ipotizza che l’insufficienza alla tiroide, forse era determinata da una forma di tiroidismo ed aggravata dalle condizioni di vita e dalla dieta povera di iodio. A confermarlo sarebbero non il colore giallognolo della pelle, ma i capelli diradati sulla fronte, l’assenza di sopracciglia (salvo particolari mode dell’epoca), oltre al “diffuso rigonfiamento, simile a un gozzo”. È soprattutto il sorriso garbato, appena accennato, sarebbe invece il risultato di una debolezza muscolare, che le impediva il movimento completo delle labbra.

Così ritroviamo lo stesso gozzo, tratto frequente anche tra i contadini del ‘600, nella tela, ritrovata a Tolosa anni fa, di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, ovvero “Giuditta ed Oloferne”. Sulla serva di Giuditta, al collo, vi è un gonfiore, lo stesso che l’autore dipinge in la “Madonna del Rosario” e nella “Crocifissione di Sant’Andrea”.

Sempre del Caravaggio abbiamo “L’amorino dormiente”, si tratta di uno dei più celebri dipinti del pittore e raffigura Cupido nelle sembianze di un bambino nudo che dorme tranquillo nonostante un fiotto di luce lo colpisca sul grembo e di riflesso, mentre dalla mano destra un arco con la freccia. Secondo gli esperti di iconodiagnostica i rigonfiamenti alle articolazioni potrebbero essere segno di una malattia osteoarticolare. L’ipotesi più accreditata è che fosse colpito da artrite reumatoide giovanile, una malattia infiammatoria delle articolazioni causata quasi sempre da un’alterazione del sistema immunitario. Fra i suoi sintomi ci sono anche tumefazione e gonfiore alle articolazioni; per altri studiosi, invece, la colpa era del rachitismo: un problema che deriva da una carenza di minerali, per cause diverse si manifesta fra le altre cose proprio con ingrossamento ed incurvamento delle ossa e con addome globoso.

Ne “La Madonna dal collo lungo”, una delle ultime opere a cui si è dedicato il Parmigianino, rimasta incompiuta per la morte del pittore, abbiamo un altro caso studiato. L’opera rientra nell’arte sacra che rompe con la tradizione pittorica e gli equilibri del Rinascimento. Le figure, infatti, sono tutte sproporzionate su un lato, si accalcano gli angeli stretti in uno spazio chiuso, mentre sull’altro la scena si apre verso l’esterno attirando l’attenzione. Le mani della Vergine appaiono quasi deformate, le ipotesi più accreditate secondo alcuni e che la modella fosse affetta da aracnodattilia, una deformità scheletrica che determina proprio dita affusolate sproporzionatamente lunghe rispetto al palmo della mano o alla pianta del piede. Inoltre le estremità possono risultare insolitamente flessibili, simili alle zampe di un ragno, da cui il nome e spesso questa malattia è legata alla Sindrome di Marfan patologia sistemica del tessuto connettivo.

Un’altra Vergine che è stata conseguenza di studi è la “Madonna del Parto” realizzata da Piero della Francesca, negli anni 1455-1465, e ritrae la Madonna incinta in piedi, al centro di un baldacchino di broccato, disposta di tre quarti così che la pancia si noti ancor di più. La donna appare maestosa, solenne e allo stesso tempo umile. Osservando con attenzione il volto si nota un piccolo rigonfiamento sul collo è probabile che quel rigonfiamento sia ancora un gozzo, un aumentato volume della tiroide quasi sempre dovuto a una carenza di iodio in gravidanza. Un micronutriente necessario alla ghiandola per produrre ormoni; se il suo livello è scarso questa si ingrossa e va incontro a sofferenza (oggi sopperito nell’alimentazione dal sale iodato).

Ancora, con “La scuola di Atene” affresco di Raffaello Sanzio commissionata da papa Giulio II raffigurante i filosofi più conosciuti della storia impegnati a discutere tra loro davanti a un edificio classico, ha attirato l’attenzione all’iconodiagnostica. La figura in basso a sinistra seduta ed appoggiata con il gomito delimitato a un gradino della scalinata è stata identificato come Michelangelo: il suo ginocchio destro è semi-flesso, infatti, mostra segni di rigonfiamento. Secondo gli studi potrebbe essere indice di gotta, una malattia del metabolismo che si associa a iperuricemia. Ossia livelli elevati nel sangue di acido urico nel caso dell’artropatia gottosa essa si scatena con un’intensa reazione infiammatoria a livello delle articolazioni. Del resto mentre dipingeva la Cappella Sistina sembra che Michelangelo non riuscisse a seguire una dieta molto sana e il regime alimentare ha un forte legame con questa malattia.

E così con i “Ritratti della famiglia Reale” di Velazquez che presenterebbero i tratti salienti della sindrome di Albright, segnata da pubertà precoce e bassa statura.

Sicuramente questa nuova ‘scienza’, serve o può servire a poco, penseranno in molti. Certamente per uno storico o critico d’arte potrebbe usarlo per accattivare il visitatore durante una lezione d’arte ma rimarrebbe fine a se stessa. Sicuramente è utile e può avere un discreto interesse per biografi o romanzieri in cerca di ispirazione. È indubbia che queste ipotesi, quando accreditate, ci dimostrano la bravura degli artisti nel riproporre fedelmente il modello nel dipinto, o trasformandone tratti per renderli meravigliose creature angelicate, divine, classiche o miseri semplici uomini.

Il tutto deve comunque restare in un ambito ludico, extra disciplinare, altrimenti si rischia di cadere nella farsa; tant’è vero che lo stesso medico siciliano si schermisce, definendo le sue indagini personali come “puro divertimento”, alieno da qualsiasi sviluppo accademico.