A pochissima distanza da un luogo amato e conosciuto in tutto il mondo quale è Pompei con le sue splendide domus, gli impianti termali, il Foro, l’Anfiteatro, ed in generale la percezione di una città ancora brulicante di vita e fermata, sospesa dai tragici eventi connessi all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., in località Moregine , diverse campagne di scavo, quasi tutte fortuite, hanno messo in luce l’esistenza di un complesso architettonico di notevoli dimensioni, che oggi definiremmo polifunzionale, reso ancor più meritevole di attenzione dal recupero di una splendida serie di affreschi realizzati con molta probabilità dalle stesse mani artistiche degli autori del ciclo pittorico della Casa dei Vettii, all’interno del Parco Archeologico pompeiano.

Le prime attestazioni sul complesso di Moregine peraltro si datano a partire dagli ultimi anni del XIX secolo, quando alcuni contadini proprietari di un fondo in quella zona, in seguito ad operazioni di manutenzione, intercettarono ad una profondità di circa 3 metri alcuni lacerti murari in stato rovinoso; del ritrovamento fu prontamente avvisato l’allora Direttore degli Scavi di Pompei, l’archeologo Giuseppe Fiorelli, colui che per primo inventò la tecnica dei calchi di corpi ed elementi vegetali, il quale nelle successive indagini rinvenne un cospicuo numero di monete risalenti all’età neroniana (metà del I sec. d.C.), pezzi di oreficeria, oltre a scarne tracce di affreschi su parete.

Circa 70 anni dopo, nel 1959, in occasione dei lavori per la realizzazione del tratto autostradale Napoli-Salerno, vennero alla luce alcuni ambienti connessi con le parti superiori di un edificio a due piani che ll Direttore degli scavi, il professor Amedeo Maiuri, identificò come pertinenti ad una domus di notevoli dimensioni, ribattezzata “domus delle tabulae ceratae“, soprattutto in virtù della incredibile scoperta di ben 125 tavolette cerate costituenti l’archivio contabile della famiglia dei Sulpicii, attestata nella vicina Puteoli (Pozzuoli), ma evidentemente con interessi economici anche in zona.

Lo scavo del Maiuri peraltro si rivelò molto presto assai complicato in quanto la falda freatica emersa nella porzione intermedia tra le strutture indagate e il piano di calpestio di fondazione degli stessi edifici, non permise di indagare più a fondo il complesso e per questo motivo venne interrotto; da questi ambienti furono comunque asportati gli affreschi che li impreziosivano, e furono inoltre recuperati i resti ossei di tre vittime dell’eruzione del 79 d.C., tra cui quelli di un adolescente e di una bambina dell’età di circa 4 anni.

Sempre in conseguenza di lavori autostradali nella medesima zona, e precisamente precipui alla realizzazione della terza corsia di marcia della Napoli-Salerno, presso lo svincolo di Castellammare di Stabia, quaranta anni dopo, nel 1999, sono parzialmente ritornate alla luce le strutture intercettate nel precedente scavo che, grazie ad accuratissime indagini preliminari, si sono potute indagare in maniera molto più completa ed approfondita; oltre ad ulteriori tavolette cerate ed a pareti affrescate di notevoli dimensioni, è stato possibile recuperare una gerla in vimini ritrovata in un ambiente destinato a latrina, la quale era completamente ricoperta dal fango e dai detriti vulcanici ma che grazie a sofisticate apparecchiature si è visto conteneva diversi oggetti metallici, che si sono scoperti essere pezzi di una raffinatissima argenteria domestica, in particolare coppe, piatti ed un elegantissimo cucchiaio dalla forma molto allungata.

Lo studio degli ambienti scavati e la loro disposizione ha consentito agli archeologi di poter confutare la precedente tesi del Maiuri e di classificare il complesso residenziale come un Hospitum, vale a dire una struttura destinata all’accoglienza, al soggiorno ed al ristoro di avventori e commercianti che, sbarcati nel porto fluviale del Sarno, erano diretti a Pompei e nelle città limitrofe per commerciare i loro prodotti; in particolare il complesso di Moregine comprendeva due vasti edifici, il primo del quale costituito da un ambiente caratterizzato da almeno cinque triclinia (sale da pranzo e riposo), organizzati intorno ad un peristilio, cioè un portico colonnato, con pareti affrescate in IV stile raffiguranti Apollo e le Muse, i Dioscuri alla presenza di una figura femminile, una personificazione di divinità fluviale (il Sarno?) accompagnata da Vittorie alate, giovanetti nudi eroicizzati e figure femminili su piedistalli, tutte peraltro ricollegabili all’ostentazione delle virtù eroiche dell’imperatore Nerone.

L’altro edificio indagato sembra con buonissima probabilità pertinente ad un complesso termale che, al momento dell’eruzione del Vesuvio, non doveva essere stato completato; la maggior parte delle strutture sono in opera laterizia ed è provvisto di nicchie ed absidi, caratterizzazioni tipiche di ambienti destinati all’igiene personale che solitamente presentavano sale per bagni freddi (frigidarium), tiepidi (tiepidarium), caldi (calidarium) e saune (laconicum).

Una volta terminate le fasi di indagine e studio degli ambienti scavati, e subito dopo aver provveduto al distacco degli affreschi e al recupero di ulteriori materiali, tra cui vari pezzi di finissima oreficeria, il complesso di Moregine e’ stato nuovamente interrato, allo scopo di proteggerlo dai danni dell’incuria e della mano dell’uomo; per quanto riguarda gli affreschi dei triclinia, gli stessi, dopo una serie di prestiti in vari musei esteri, sono ritornati a casa ed attualmente sono esposti in una mostra permanente allestita negli spazi della Palestra Grande di Pompei, nelle immediate adiacenze dell’Anfiteatro.

(Foto Proprie)