Assassina o Liberatrice di donne imprigionate in matrimoni indesiderati?

La risposta potrebbe essere diversa a seconda dell’interlocutore, ed il soggetto della discussione è la nota Giulia Tofana, passata alla storia come la più famosa tra le avvelenatrici seriali della storia.

Nel ‘600 la condizione sociale della donna era di assoluta sottomissione all’autorità maschile, e la violenza sotto il tetto coniugale non veniva neanche considerata come tale, ma come assoluto diritto del marito che poteva anche ripudiare la moglie. Matrimoni organizzati per puro interesse o per scampare ad una vita di stenti, finivano per rappresentare un inferno quotidiano e perpetuo, a cui alcune centinaia di donne cercarono di scampare, eliminando il coniuge indesiderato, mai amato, oppure divenuto intollerabile aguzzino. Ed ecco apparire Giulia Tofana, donna bella ed intelligente, che dopo un’infanzia fatta di espedienti, decise di mettere a buon frutto quanto appreso dalla zia, ma più probabilmente dalla madre, ovvero, realizzare, per venderlo, un potentissimo veleno inodore, insapore, incolore, che lasciava roseo il colorito dei “prescelti”. Ne era sufficiente una piccola quantità per procurare una morte priva di sintomi. Creò così l’Acqua Tofana. La letale sostanza andava somministrata poche gocce al giorno, addizionandola a bevande o zuppe, provocando così un avvelenamento lento, giorno per giorno, che non destava sospetti, quasi la morte sopraggiungesse per motivi naturali.

Manna di S. Nicola

Il mortale intruglio veniva camuffato sotto le spoglie di cosmetico femminile, o come “Manna di San Nicola“, perché venduto in boccette decorate con l’immagine del Santo; al fine di non destare sospetti sul suo reale contenuto. Gli ingredienti della “pozione” sono quasi tutti noti, ma non se ne conoscono le esatte dosi né il procedimento di lavorazione: arsenico, piombo, antimonio, belladonna e forse dell’altro.

Per un po’ tutto andò bene, e cifre ragguardevoli entravano nelle tasche di Giulia e della figlia o forse sorella, Girolama Spera, mentre dalle case uscivano le salme di mariti indesiderati. I primi problemi si manifestarono quando una moglie, non attenendosi alle sue precise indicazioni in merito al dosaggio del prodotto, si fece scoprire, e così, Giulia fu denunciata, e su di lei cadde l’attenzione della Santa Inquisizione. Per farla franca, la donna decise di fuggire da Palermo, trasferendosi a Roma insieme al suo amante, un certo frate Girolamo.

Durante la permanenza nella Roma di Papa Urbano VIII, alloggiò in un meraviglioso appartamento nel rione Trastevere, dove decise di dedicarsi allo studio, affiancando dunque la cultura alla sua bellezza ed alle doti da “chimico! “. La vita di Giulia nel frattempo era cambiata, ma alla richiesta di soccorso di un’amica che lamentava violenze domestiche subite dal marito, non seppe tirarsi indietro, e così, con l’aiuto del frate amante, riuscì a procurarsi tutti gli ingredienti del veleno. Forse in quel momento gli anni trascorsi a Palermo riaffiorarono gloriosi, tanto che Giulia si mise nuovamente in affari, e a lei ricominciarono a rivolgersi tante nobildonne romane, che pensarono di risolvere i problemi coniugali estirpando il male in maniera definitiva. Seguendo un certo codice etico, solo a costoro Giulia vendeva la sua pozione. Ma una di queste, una certa Contessa Ceri, pensò bene di somministrare al marito la boccetta di veleno in un’unica volta; ciò ne procurò la morte repentina, cosa che destò non pochi sospetti dei parenti del defunto, che riuscirono con facilità a far confessare la parente acquisita.

Giulia, fu dunque arrestata e torturata, e così confessò di aver venduto veleno a Roma per una quantità tale da uccidere 600 uomini; questo tra il 1633 ed il 1651. Condannata a morte, fu giustiziata a Campo dei Fiori nel 1659 insieme a Girolama. Sorte non meno insidiosa toccò alle donne da lei accusate, che furono murate vive a Porta Cavalleggeri nel palazzo dell’Inquisizione. Alcune riuscirono a scampare la morte dichiarando di aver acquistato quello che sembrava semplicemente un collirio a base di bacche di belladonna, da usare per dare risalto e lucentezza agli occhi, con l’aggiunta  di una sostanza detta atropina, che era capace di dilatare la pupilla. Sicuramente le dichiarazioni furono accompagnate da somme di denaro tali, da riscattare la propria vita.

Ma la produzione dell’ “acqua tofana”, non si interruppe con la morte di Giulia, che presumibilmente ne aveva consegnata la formula ad almeno una persona di fiducia, in quanto tra il 1666 e il 1676, la marchesa de Brinvilliers avvelenò padre e due fratelli prima d’essere arrestata e giustiziata.

Nel 1800, Costanze, la vedova di Mozart dichiarò che il marito era ossessionato dall’idea che qualcuno lo avesse avvelenato con l’acqua tofana.

L’ultima Ora di Mozart, di Henry Nelson O’Neil del 1860 circa

Ancora, a metà dell’Ottocento il ricordo di Giulia, e della sua acqua, erano vivi, tanto che Dumas (padre) ne inserì nel Conte di Montecristo un preciso riferimento: “…noi parlammo signora di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella famosa acqua tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservano ancora il segreto a Perugia”.