Da pochi mesi è decaduta la Repubblica Partenopea, e nel clima di ‘terrore’ che ne seguì, dove la Gran Corte della Vicaria divenne strumento di repressione, si consumò un efferato omicidio. È la notte del 22 marzo 1800, ed un giovane ventenne, la cui colpa è quella di prestarsi al mortale gioco di due amanti, viene brutalmente ucciso.

La vicenda narra di Giuditta Guastamacchia, nata a Terlizzi in Puglia da genitori poveri. Cresciuta senza istruzione, è costretta a maritarsi in giovanissima età ad un manigoldo di cui presto ne diviene la vedova e che assolutamente non ama. La vita deve essere molto dura, specialmente per una giovane sola in un periodo in cui la donna è sostanzialmente madre e sposa e dunque la sua bellezza, lo sguardo altero e presuntuoso e l’amore che scatta per don Stefano D’Aniello, in un contesto contadino, tanto di più la fa apparire lasciva e senza morale.

Castel Capuano, Napoli

Il padre Nicola invano cerca di ricondurre la figlia sulla retta via, e così preso da disperazione, decide di ricorrere all’autorità, e Giuditta viene imprigionata a Santa Maria ad Agnone per essere poi trasferita al conservatorio di Sant’Antonio a Vicaria. Ma il sentimento che i due amanti provano, sicuramente va ben oltre l’attrazione. La lontananza dell’amato è insopportabile, ed il rigore della prigionia e la continua sorveglianza, le impediscono ogni tentativo di fuga; i due amanti allora, guidati dalla disperazione, decidono di attuare un piano, che si sarebbe rivelato, la causa della loro rovina.

Don Stefano, il prete, ha un nipote di nome Domenico Leonardo Altamura di 16 anni. Il giovane è bello ma povero, odia lavorare ma gli piace il denaro, tanto che acconsentire di prendere Giuditta in moglie dietro promessa dello zio di una cospicua dote. È così che la giovane si marita per la seconda volta. Accortosi però dell’inganno e disgustato dalla tresca, Leonardo cerca di far valere i propri diritti richiamando la moglie, ma la donna, corrosa dall’odio per il giovane, comincia in cuor suo a maturare l’idea dell’uccisione. Decide pertanto di parlarne con l’amante, il quale suggerisce altri espedienti per allontanarlo e così varie soluzioni vengono proposte, tra cui quella di avvelenarlo, di gettarlo da un dirupo, e persino di strangolarlo durante un amplesso, perché Giuditta desidera estirpare il problema alla radice.

Trascorrono nel frattempo 4 anni, dal 1796 al 1800, ed il ragazzo diviene un uomo, senza che nel frattempo gli sia stato torto un capello; ma il povero sventurato non sa che altri attori stanno per prendere parte alla sua dipartita, infatti, Giuditta coinvolge il padre Nicola, nonché Pietro de Sandoli, un giovane chirurgo di 25 anni che diviene il suo secondo amante. Chiaramente costui desta la gelosia tanto del marito, che del D’Aniello, ma tali sono le malizie della donna, che riesce a renderlo gradito al prete, così da trasformarlo in una presenza costante in casa, per cospirare alla morte di Altamura.

Un ultimo attore manca all’appello, ovvero il sicario, colui che materialmente dovrà compiere l’omicidio. A porvi rimedio è Nicola, che assolda un certo Michele Sorbo di Cerignola. Il 22enne è un ‘esperto’ di faccende di sangue, di cui già si è macchiato moltissime volte, tanto che immediatamente suggerisce il modo per uccidere il giovane, ossia strangolarlo. L’esecuzione viene messa a punto e Giuditta, il padre e l’omicida, ne prendono impegno. Solo successivamente don Stefano ed il chirurgo interverranno per fare la loro parte. Gli accadimenti di quel terribile giorno, sono il risultato degli interrogatori a cui sottoposero i rei dell’eccidio.

Testo con documenti originali

Nel giorno prescelto, il 23 marzo 1800, il giovane Altamura viene mandato dalla moglie a comprare del cibo e quando fa ritorno a casa trova quattro sedie attorno al fuoco e così Giuditta, il padre, il sicario e lui stesso, prendono posto. Giuditta accoglie il marito in maniera gioiosa e con tante carezze, ma nel frattempo, si alza il Sorbo, che con uno stratagemma si piazza alle spalle di Leonardo e gettatogli un laccio attorno al collo, lo rovescia disteso, tutto in un unico istante. Invano il giovane cerca di lottare per salvarsi la vita, mentre la stessa Giuditta gli puntella le ginocchia sul ventre bloccandogli le mani al suolo e Nicola finisce di strozzarlo schiacciandogli la gola con i piedi. Al segno convenuto, il de Sandoli e il D’Aniello accorrono. Ora tocca a loro, e così il chirurgo si occupa di smembrare il corpo del ragazzo, mentre Giuditta fa bollire in un grosso recipiente d’acqua la testa, al fine di renderla irriconoscibile. Come convenuto, si procede col disperderne le membra per la città, e così Nicola e Michele escono una prima volta per gettarle nella cloaca di Sant’Angelo a Nilo. Al secondo turno di uscita però, il Sorbo non fa ritorno a casa, perché una ronda lo blocca nei pressi della chiesa di Santa Maria Spinacorona con un fagotto insanguinato contenente le due braccia del giovane.

Il tempo passa e di Michele neanche l’ombra, così Giuditta, Nicola e don Stefano, si danno alla fuga, ma vengono fermati a Capodichino. Il chirurgo invece, viene ritrovato a casa e subito arrestato dalla polizia. Condotti in carcere, i rei confessano sotto tortura e non sono neanche ascoltati dall’avvocato dei poveri. La condanna è l’impiccagione per tutti al Largo delle Pigne, salvo che per don Stefano, il quale viene condannato alla prigione nel fosso del Marettimo in Sicilia. Come in uso al tempo, testa e mani dei condannati vengono esposte in gabbie di ferro sugli spalti di Castel Capuano e qui vi rimangono per ben 55 anni, ovvero fino a quando vengono riformate le mura del Castello e dei crani entra in possesso il professor Biagio Gioacchino Miraglia, il quale fa uno studio frenologico su Giuditta ed i suoi complici. Lo stesso professore ha modo di accedere ai 5 volumi del processo conservato nell’Archivio Criminale della abolita Vicaria e successivamente dato alle fiamme.

Cranio di Giuditta

Un atroce delitto fu consumato, ed un altrettanto atroce condanna fu eseguita, ma da allora, e sono trascorsi ben 220 anni, ogni 19 aprile, giorno della loro morte, Giuditta compare nelle sale di Castel Capuano sotto forma di fantasma. La sua anima irrequieta forse cerca giustizia, in quanto non le è stato dato modo di far sentire la propria voce per raccontare quanto accaduto. Tutti l’hanno additata come la mente dell’omicidio, ed una donna a capo di un gruppo di uomini che tipo di donna può mai essere? Specialmente se si abbandona nelle braccia di un prete.

Chiediamoci: per lussuria o per un amore impossibile si sono macchiati di un atroce delitto? La colpa di sicuro non diminuisce, e giustizia andava fatta, per quanto troppo celere ed approssimata, ma forse il severo giudizio di tutti noi potrà essere meno duro, per una donna che ha commesso l’errore di essersi innamorata dell’uomo sbagliato.

I crani di Giuditta e dei complici, sono custoditi presso il Museo di Anatomia Umana (MUSA) a Napoli presso l’Università Vanvitelli.