La cosa più sorprendente delle opere di Escher è sicuramente l’enigmaticità. Il non comprendere fino in fondo cosa volesse comunicare. Immediatamente ci si lascia sopraffare dalla genialità tecnica dell’artista, dalla grandiosa padronanza delle tecniche grafiche in suo possesso, della capacità di cogliere il dettaglio della vita, il dettaglio della natura che ci circonda. Nonostante Escher sostenesse che il significato di un’opera si fermi alla sua mera e semplice rappresentazione, la particolarità dei suoi disegni ci invita ad andare al di là di essi.

Attraverso la sua ricerca artistica, Escher analizza le potenzialità illusorie della rappresentazione visiva, e un esempio di ciò è proprio il suo celebre autoritratto, in cui non solo è presente una visione distorta di sé stesso, ma anche un’enigmatica sorta di catena infinita, poiché il soggetto che sta disegnando riflesso nella sfera è proprio sé stesso che, a sua volta, ne conterrà un’altra e così via infinite volte. È evidente la forte ironia dell’artista e questo suo volere di ingannare e mettere costantemente alla prova l’osservatore che viene trascinato nell’enigmatico mondo di Escher, in cui ogni cosa reale viene vista attraverso una luce differente. Nell’opera d’arte si rifletteva una realtà ricomposta con grande maestria che trascendeva l’esperienza personale. Per Escher l’arte era un’arte di trasformazione. La padronanza completa delle tecniche artistiche era un efficace strumento per evocare in immagini concise l’idea che le cose create contenessero il loro creatore. Escher non ha mai tralasciato occasione per scrivere o testimoniare, nella sua vita, la grande “dipendenza” da un Dio creatore, puro, a cui tutto il creato tendeva nel rispecchiarsi. Tutte le sue opere infatti hanno un’origine naturale: uccelli, rane, uomini, pesci. Tutto il creato trova risposta in ciò che l’ha fatto, in Chi l’ha fatto. L’ordine geometrico, matematico, puntuale di ogni segno mostra un’origine precisa.

A dire il vero non manca un senso di sgomento, di astrazione, direi di angoscia nel percorrere le opere da lui realizzate. Solo tenendo ben presente lo scopo che Escher ha avuto nella sua vita è possibile respirare boccate d’aria altrimenti risulta facile perdersi nei dettagli grafici, in un senso di smarrimento, in una sorta di estraneità dal mondo circostante.

L’illusione percettiva avviene quando crediamo di vedere qualcosa in un certo modo dato che la mente ha dovuto necessariamente reinterpretare le immagini che riceve dall’esterno. È sicuramente questo il motivo per cui i disegni di Escher sono così belli ed efficaci. Escher era un ragazzo malaticcio che all’età di sette anni venne messo in una scuola speciale e che venne bocciato in seconda elementare. Era sicuramente molto bravo a disegnare fin da molto giovane anche se i voti nelle altre materie erano piuttosto bassi. Frequentò il corso di architettura della Harlem fino senza però finire gli studi.

Uno dei suoi disegni più famosi è sicuramente «Mani che disegnano» in cui il famoso disegnatore rappresenta due mani che si disegnano a vicenda, senza farci capire chi possa aver cominciato. Questa opera è un chiaro esempio di paradosso visivo, e concettuale, in quanto è logicamente impossibile che una delle due mani possa esistere senza l’esistenza dell’altra, ed è visivamente impossibile capire quale delle due cominci per prima.

Quando si osservano le sue opere proviamo sia un piacere estetico, dovuto al fatto che è un bravo disegnatore, sia il piacere della scoperta e della comprensione logica, in quanto dobbiamo spingerci e sforzarci a capire cosa sta accadendo esattamente in quello che abbiamo davanti agli occhi. Il lavoro di Escher, nonostante la sua mancanza di conoscenze nell’ambito della matematica, ha forte collegamenti con questa scienza, infatti alcuni sui disegni dimostrano una sua conoscenza intuitiva della geometria e della prospettiva. Infatti è con queste ultime due che gioca in maniera incredibile in «Relatività».

Quando ci troviamo di fronte a un tale utilizzo astruso e assurdo di prospettive le strade percorribili sono le due: possiamo o semplicemente abbandonare il tentativo di dare un interpretazione o possiamo cercare una logica, rimanendo però delusi e allo stesso tempo affascinati dalla capacità geniale di questo disegnatore. Delusi perché, forse, la modalità che adotta non corrisponde precisamente alle nostre.

Escher ci lascia con degli enigmi da interpretare, con delle domande che non trovano risposte immediate e precise. Di sicuro il suo viaggio artistico è stato quello di unire un mondo frammentario e non frammentato; un mondo dove l’artista ha il compito di legare, di trovare un senso dentro l’immensità dei tratti, delle linee, dei dettagli rappresentati. Una sorta di pellegrinaggio mentale allo scopo di trovare quel segno che unisce tutto. La ricerca di un significato in un ordine a volte esasperante. La proiezione del suo io, un riflesso della sua coscienza dentro la natura che magistralmente rappresentava.