Sono diversi anni che è ritornata alla ribalta la figura del pittore americano Edward Hopper. Sarà che è proprio vero che l’arte è lo specchio dei tempi perché evidentemente l’attrazione che si palesa attraverso il numero di visitatori presenti nelle mostre itineranti dell’artista, rispecchia in pieno il desiderio dell’uomo contemporaneo che ricerca pace, serenità, ma anche quella “solitudine” che si percepisce nelle opere di Hopper. Un vibrare di emozioni che tocca inesorabilmente anche il più distratto tra gli osservatori.

La sua pittura colpisce per l’estremo realismo presente nei temi proposti, per la gran quantità di luce che avvolge i protagonisti dei quadri, ma anche per quella “strana” tristezza che si percepisce sui volti dei personaggi. Quella nostalgia che è carica di desiderio di un bene, di un bello.

I paesaggi di Hopper sono quasi sempre disabitati, scarni, privi di vegetazione di rilievo. Singole case, finestre, personaggi in attesa, fermi. Ma la staticità dei singoli personaggi, delle barche delle case è solo fisica. Ogni oggetto lascia venir fuori una tensione, una dinamicità intrinseca, un movimento di pensiero, una stasi assolutamente apparente. Sembra che, però, il tema dei suoi quadri sia la solitudine. L’artista stesso ha detto, alludendo all’interpretazione delle sue opere: “Si parla troppo di solitudine”. E si capisce poco di lui se ci si limita a leggere la sua pittura in una prospettiva intimistica. Quello che gli interessa è l’ontologia più che la psicologia (anche per questo mi ha catturato). Altrimenti avrebbe prestato maggiore attenzione ai volti, alle espressioni. Invece ritrae figure da lontano.

La pittura di Hopper è piuttosto il tentativo di rappresentare i fondamenti della natura e dell’uomo. Lo sguardo che getta su figure e cose è per cogliere l’essenza, l’immutabile, ciò che non può non essere. Ralph Emerson, il filosofo e saggista americano sostiene che “i fondamenti dell’uomo non sono nella materia, ma nello spirito. L’elemento dello spirito è l’eternità”. Hopper, grande sostenitore delle teorie di Emerson fa sua la concezione che Emerson ha della natura. “La natura visibile deve avere un aspetto spirituale. Possiamo arrivare a conoscere il senso primo delle cose eterne della natura: così il mondo sarà per noi un libro aperto e ogni forma significherà la sua vita nascosta e la sua causa ultima”.

Hopper fu grande ammiratore degli impressionisti e, a vedere i suoi quadri, se ne comprende in che modo ha saputo trarne i benefici. La sua luce è più ampia, più legata ad architetture, a masse immobili. Si spostò in Francia per diversi anni e qui maturò la sua pittura a contatto con l’impressionismo imperante. Nel ritornare in America realizzò molti quadri carichi di nostalgia per l’arte e la cultura francese. Realizzò molti dipinti dove era chiaro il riferimento a pellicole cinematografiche, in particolare il richiamo era forte ad Alfred Hitchcock. Ma in tutta la sua intensa attività il termine comune che poteva essere estrapolato era: umiltà. Una grande modestia traspariva dalla sua vita e dall’imbarazzo con cui si trovava costretto a parlare di sé e dei suoi quadri in pubblico.

Dirà in un suo scritto: “Il mio ideale in pittura è sempre stato la trascrizione più esatta possibile delle impressioni più intime che mi suscita la natura. Se questo è un fine irraggiungibile, allora lo è anche la perfezione, e questo vale per ogni ideale pittorico e ogni attività dell’uomo”.

Ecco il punto, dipingere la realtà così come essa è lasciandone intravedere, dietro un’apparente monotonia, il senso, la densità. Lo scrittore Ernesto Sabato mi sembra che riassuma in qualche modo l’aspetto più interessante dell’arte di Hopper, ne colga l’aspetto più vero dell’essere, l’aspetto di quel desiderio, quella nostalgia di infinito che Hopper mette in ogni tela.

“Mi hanno rimproverato sempre il mio bisogno di assoluto, …Questo bisogno attraversa come un alveo la mia vita, meglio, come una nostalgia di qualcosa che non avrei mai raggiunto. Io non ho potuto mai placare la mia nostalgia, addomesticarla dicendomi che quell’armonia è esistita un tempo nella mia infanzia; io avrei voluto, ma non è stato così. La nostalgia è per me uno struggimento mai soddisfatto, il luogo che non sono mai riuscito a raggiungere. Ma è ciò che avremmo voluto essere, il nostro desiderio. La nostalgia di questo assoluto è come lo sfondo invisibile, inconoscibile, ma con il quale confrontiamo tutta la vita. (E. Sabato, Espana en los diarios de mi vejez)