Un nuovo mostro di Firenze, è questo che tutti hanno pensato quando l’8 novembre 2003 è stato trovato il corpo senza vita di Rossana D’Aniello, funzionaria di banca di 46 anni dalla vita integerrima. È il marito, Paolo Botteri, che tornato a casa con le figlie, a fare la raccapricciante scoperta.

Rossana è riversa sul pavimento della camera da letto in un bagno di sangue, con indosso ancora la camicia da notte e la vestaglia. Paolo dà l’allarme, ma colto da malore viene poi condotto in ospedale.
L’omicidio è stato efferato e tutto fa pensare che sia stato compiuto da un uomo, poiché il corpo della vittima è stato trascinato fino alla camera da letto. La testa di Rossana sembra quasi staccata dal tronco e l’assassino si è cambiato portando via degli indumenti di Paolo. Si rinvengono impronte insanguinate delle scarpe, nonché il DNA del killer tra capelli e sangue recuperato da una sessantina di reperti, che non trova però riscontro nel database della polizia, e mentre si cerca il movente e si interrogano i vicini sperando di “scovare” dei testimoni, Botteri ricorda alcune strane telefonate mute ricevute tempo prima. Partono immediatamente i controlli dei tabulati, che conducono tutti alla stessa cabina telefonica, e fortuna vuole, che il criminale abbia usato una volta la scheda anche per chiamare la casa della propria madre. È così che si scopre l’identità dell’omicida, ovvero, Daniela Cecchin, di 47 anni, impiegata comunale dall’aspetto androgino, donna estremamente religiosa. Svanisce l’idea del killer, per lasciare il posto ad una donna che confessa di aver ucciso Rossana, e fornisce anche il movente: l’invidia.

Daniela sembra non avere avuto una vita molto felice e che all’università di chimica farmaceutica abbia conosciuto Botteri, l’unico che pare sia stato gentile con lei e che da quel momento non ha mai dimenticato.
Trascorsi svariati anni l’ha casualmente rivisto, ed incominciato a pedinare scopre che l’ex compagno universitario conduce una vita gioiosa, con tanto di moglie, figlie, ed una farmacia in centro, avendo terminato gli studi, cosa che lei non è riuscita a fare. Botteri è praticamente un uomo appagato, che deve parte della propria realizzazione alla moglie Rossana, divenuta nell’immaginario della Cecchin, sua rivale; da qui, l’idea di ucciderla.
Nel suo appartamento in via Dogali, l’ordine è maniacale, con dischi di musica classica assieme a quelli di heavy metal, testi sacri, fumetti, la cassetta del film Psycho di Alfred Hitchcock. Inoltre si scopre che Daniela spara regolarmente al poligono, non ha amici, ed è cattolica integralista.
Viene chiaramente passata al microscopio la vita della presunta assassina, che ultima di tre figli nasce in una famiglia benestante, procede senza intoppi con gli studi fino all’Università dove non passa un esame, e lascia tutto dopo il primo anno, anno in cui conosce il povero Paolo Botteri.
Da ragazza soffre di anoressia e bulimia, assume psicofarmaci e va in terapia per due anni senza però ottenere risultati apprezzabili. Nulla si sa della sua vita sociale, tanto da ritenere che non ne abbia mai avuta una, dividendosi solamente tra chiesa e poligono, oltre a solitari giri in bicicletta.
Nel 1987 trova impiego a Vicenza quale centralinista in un’azienda di telesoccorso per anziani, ma vista la sua poca propensione ai rapporti umani viene spostata in archivio, non senza un feroce malcontento, che si traduce in molestie telefoniche ai colleghi, in furti di documenti sotto l’occhio delle telecamere, fino a dare fuoco al giardino di un tale di cui si invaghisce, rischiando di sterminargli la famiglia, ma restando comunque impunita. Altre voci invece, parlano di lei come di un’impiegata molto attenta e scrupolosa, ma ciò non è sufficiente, e le viene ritirato il porto d’armi.
Passa qualche anno e Daniela ritorna a Firenze, dove viene assunta dal Comune nonostante il suo passato turbolento.
Arriviamo dunque a sabato 8 novembre 2003, quando l’aguzzina di Rossana entra in casa, la uccide, ne sposta il cadavere, si ferisce le mani procurandosi vistosi tagli, si tampona il sangue con una gran quantità di carta igienica e fazzolettini, si lava, si cambia gli abiti prendendo a prestito un giaccone di Botteri lasciando i propri, e va via. Ed è proprio il marito della vittima a dare un contributo sostanzioso alle indagini, ricordando che nei mesi precedenti, di notte, ha ricevuto strane telefonate anonime, durante le quali all’altro capo si sentono solamente rantoli e qualcuno ansimare, fino a poco prima dell’omicidio. Dal controllo dei tabulati viene individuata la cabina da cui provengono le telefonate ed anche la scheda utilizzata. Immediatamente la polizia organizza degli appostamenti, ed ecco la carnefice cadere nella trappola, in quanto già pronta a passare alla sua prossima vittima, ovvero la moglie di un medico, utilizzando sempre lo stesso modus operandi e cioè quello delle telefonate anonime. Tutto ciò, per soddisfare un’antica vendetta che risale ai tempi del liceo. Fermata, alla donna viene chiesto di levarsi i guanti e di mostrare il contenuto della borsetta. Le mani presentano ferite e nella borsetta viene rinvenuto un coltello di marca francese compatibile con quello che ha ucciso Rossana, la cui presenza Daniela giustifica adducendo la scusa di averlo con sé perché pronta a suicidarsi in caso di cattura, ed aggiunge che per lei è finito un incubo, e che quel giorno, “il diavolo” l’aveva fatta scattare. Dichiara: “Quando mi ha aperto la porta di casa… mi è preso un furore”. E conclude: “È da una settimana che penso che se veniva la polizia in casa mi sarei tagliata le vene perché io ormai ho completamente rovinata la vita”. Anche se: “Sono molto religiosa. Ho molta più fiducia nella giustizia di Dio che in quella degli uomini”.

Una prima perizia psichiatrica la definisce seminferma di mente, mentre una seconda stilata dal professor Ugo Fornari, la dichiara invece borderline, con la capacità di intendere e di volere al momento dell’omicidio, anche se con una oggettiva personalità molto critica. Viene pertanto condannata a 30 anni in primo grado, pena confermata in appello nonostante una terza perizia concludesse ancora per la seminfermità.

La sentenza viene però annullata dalla Cassazione dietro richiesta della difesa, reputando il movente privo di scientificità ed assolutamente banale. Dopo una lunga trafila, fatta di carte, esami e visite psichiatriche, il 30 gennaio 2008 i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Firenze concludono: “Al momento della commissione del reato, Daniela Cecchin era (ed è tuttora) affetta dalla seguente severa infermità: disturbo della personalità paranoide, cosa che ha grandemente scemato la sua capacità di intendere e di volere”. Viene accolta quindi la richiesta di patteggiamento e la condanna scende così a 20 anni.

Quando a Botteri viene chiesto un commento sulla sentenza, il farmacista dichiara: “Una cosa vergognosa”.

Ma la domanda è: come è riuscita ad entrare in casa senza effrazione? Con una trovata a dir poco geniale, ovvero fingendosi un corriere s’è presentata a casa di Rossana, che non ha avuto timore di aprire la porta ad una donna che consegnava un pacco su cui Daniela aveva stampato un finto logo del sindacato dei farmacisti, e mentre la poverina cerca una penna per firmare la finta ricevuta, la Cecchin l’ha aggredita. Introdottasi in casa ha poi avuto tutto il tempo per cambiarsi lasciando i suoi abiti, nonché il pacco, assieme al suo DNA. Non sono mancate anche le testimonianze di vicini che verso le 9,00 del mattino, e dunque nel momento dell’omicidio, pare abbiano sentito la voce roca di una seconda donna, che in maniera caricaturale chiedeva aiuto quasi con ironia.

Fonte video Youtube – Keleiena