Sono passati circa sei mesi dall’aggressione subita da un diciassettenne in via Foria. Passano giorni e mesi in cui sistematicamente, in maniera cadenzata, avvengono aggressioni gratuite ad opera di balordi che, privi di qualsiasi forma di rispetto per la propria vita, articolano, manipolano la loro realtà attraverso l’esasperazione più depravata della parola vacuità. E per balordo intendo un dis-graziato che, sostenuto da una pseudo-famiglia, butta il suo tempo, la sua vita per distruggere appunto non solo la propria ma anche quella di altri.

Detto questo viene alla mente una frase da una canzone di Lucio Battisti: “Come può uno scoglio arginare il mare”. Come può una società civile, uno scoglio saldo nelle proprie tradizioni, nelle proprie origini, nel rispetto della vita contrastare un mare in crescita di violenza e depravazione?

Un’immediata rassegnazione di fronte al potere dell’ignoranza, della mala-vita, della vigliaccheria sembra prevalga. Di fronte a tanto male sembra non possa esserci soluzione. Tanti articoli, tante attenzioni…tante soluzioni. Ognuno la gira come vuole, anche politicamente. Resta un fatto. Tanti ragazzi purtroppo, vengono aggrediti senza un motivo, ma anche se ci fosse, resta assolutamente agghiacciante. Com’è possibile soltanto pensare di poter accoltellare, aggredire qualcuno soltanto per il gusto di riempire la giornata di un gesto utile a farsi strada, a dare dimostrazione di aver raggiunto quel livello di “uapparìa” tale da poter far parte di un gruppo? Sono tante le immagini che quotidianamente ci passano davanti agli occhi attraverso la TV o attraverso i media.

Sembra regni sovrana la solitudine di persone che hanno da riempire il loro tempo, la loro giornata. Manca un senso, manca uno scopo, manca un perché. Nel dialogo avuto con un ragazzo aggredito veniva fuori in maniera impellente una domanda: perché? Lui aggiungeva dicendo una cosa più grande: perché proprio a me? Cosa ho fatto di sbagliato?

Analizzare la situazione familiare, la società, la città è cosa importante; resta più importante vedere e capire come sia possibile un livello di incoscienza, di malvagità. Di chi è la colpa? Della famiglia? Della società? Della scuola? Educare al bello, al giusto, ad un positivo sembra impossibile.

Eppure da quel punto, secondo me, bisogna partire e ripartire. Per essere padri bisogna riconoscere di essere figli, essere umili nel riconoscere una mancanza, una crepa nella propria vita e tentare di aprire un cuore. Ma chi è disposto a fare un lavoro del genere? E parlo di noi adulti, genitori, insegnanti. Chi è disposto a cedere anche solo di un centimetro? Chi è disposto a riconoscere una origine comune? Chi è disposto a rieducarsi ogni giorno? E parlo di una oggettività che è legata al desiderio di bene, al desiderio di soddisfazione come persona. Ognuno si sente garante della propria idea, intoccabile, inattaccabile. Esistiamo come tanti io solitari. Nessuno più sente il bisogno di mettersi in discussione. Sembra sia proprio vero: una solitudine immensa che ci accomuna e che non consente un dialogo, tra adulti, tra alunni. Ci ritroviamo spesso in contesti purtroppo depravati dove non esiste un esempio positivo, un’idea del bello, ma solo dello sfruttamento, del degrado umano, della insensibilità, del disprezzo dell’altro. Una soluzione? Incontrare persone che rimandino ad un significato, che riportino pace, che diano speranza. Dove trovarle? Ci sono! Sicuro! Basta cercarle, basta aprire gli occhi e scorgere un’umanità diversa. Napoli, il mondo, ne sono pieni. “C’è ancora del buono in questo mondo, caro padron Frodo” diceva Sam nel “Signore degli anelli”.

Nella mia scuola, nel centro storico di Napoli, da anni collaboro con alcuni colleghi per promuovere progetti, iniziative affinché il bello, non solo artistico, venga fuori. Siamo convinti che la cosa principale è educare, ma soprattutto educarci a riconoscere il fatto che la realtà, nonostante tutto, è positiva e vale la pena viverla tutta. Il lavoro quotidiano è una lotta per uscire dal guscio dell’ovvio, dello scontato, del banale. Risultati? Esito favorevole? Non so. Lavorare con una quarantina di ragazzi provenienti dalla scuola primaria e secondaria di I grado, sicuramente offre un’alternativa valida all’assuefazione a certi criteri “della strada”. Poi, certo, entra in gioco la libertà di ciascuno di aderire o meno. Lavorare con la coscienza di cambiare il mondo non so quanto frutti; di sicuro in questi anni ho visto cambiare me e i miei amici colleghi. Ci sosteniamo seguendo un ambito favorevole di amicizie, di persone impegnate a far bene.

Solo con questa consapevolezza, solo per questo si ha la forza di ripartire. Da soli non si può. Il mare dell’ignoranza può essere arginato se uno vuole.