“Sorgi, infelice, dal tuo sepolcro d’infamia, e svelati, quale tu fosti, angiolo di martirio. Lunga riposa l’abominazione delle genti sopra il tuo capo incolpevole; e non pertanto reciso. Poiché seppi comprenderti, impetrami virtù che basti a narrare degnamente i tuoi casi a queste care itale fanciulle che ti amano come sorella poco anzi dipartita dei dolci colloquii, quantunque l’ombra di due secoli e mezzo si distenda sopra il tuo sepolcro.” 

(Francesco Domenico Guerrazzi, “Beatrice Cenci”)

È questa la triste storia di Beatrice Cenci, decapitata l’11 settembre 1599 a Roma, di fronte a Castel Sant’Angelo, per volontà di papa Clemente VIII, che ignorò i numerosi appelli affinché le fosse concessa la grazia. L’accusa fu di parricidio, ed alla morte del padre Francesco, uomo violento e perverso, avevano partecipato anche la matrigna Lucrezia Petroni Velli ed i fratelli Giacomo e Bernardo, quest’ultimo riuscendo a scampare al patibolo.

Beatrice nacque nel febbraio del 1577 e fu subito affidata alle cure delle nutrici, tra cui una certa Paolina Pezzetti o Pozzetti, che secondo quanto annotato morì lo stesso giorno dell’esecuzione della giovane:“…la fu fantesca dell’infelice pupilla non ha retto a sì gran strazio.” Dopo la morte della madre, Ersilia Santacroce, insieme alla sorella Antonina, Beatrice fu affidata alle suore del monastero di Santa Croce, dove trascorse otto anni di pura gioia, mentre il padre già conduceva una vita dissennata. Le due fanciulle nel marzo del 1592 lasciarono il convento per andare a vivere nella residenza paterna, Palazzo Cenci oggi sito nel Ghetto Ebraico. La ragazza sperava forse di maritarsi, tanto da confidarsi con suor Ippolita, la sua preferita: “mi sta in dispetto separarmi da voi… eppure ciò che m’attende m’apre il cuore alla letizia (così si legge in un appunto della monaca conservato presso l’Archivio Storico Capitolino).

Beatrice era davvero deliziosa con i capelli riccioluti, gli occhi scuri e vivacissimi, il corpo snello ma formoso, e colta e testarda sopportava pazientemente le prepotenze del genitore Francesco (figlio naturale del Tesoriere Generale della Camera Apostolica, che gli lascò un ingente patrimonio, frutto di usura e loschi affari), dimostratosi violento sin da subito, un vero tiranno depravato e vizioso, sottoposto persino nel 1594 ad un processo per sodomia per aver violentato un ragazzo. L’uomo continuamente puniva e umiliava le due figlie e nell’aprile del 1595  condusse Beatrice e la seconda moglie Lucrezia in un castello in Abruzzo, la rocca di Petrella Salto, presso L’Aquila. Antonina nel frattempo era andata in sposa a Carlo Gabrielli della nobile famiglia di Gubbio, grazie al pietoso intervento papale. Alla rocca ebbe inizio una segregazione che durò più di 2 anni, durante i quali le due prigioniere vennero tenute in miseria in sole 4 stanzette, con le imposte alle finestre inchiodate e sotto la stretta sorveglianza del castellano Olimpio Calvetti, un uomo maturo che in seguito divenne l’amante di Beatrice, che più volte subì le violenze psicologiche, fisiche ed anche carnali del padre. Già il 13 marzo 1593 l’uomo aveva cercato di abusare della figlia, tanto che la giovane non desinava più alla tavola paterna, bensì con le cameriere in cucina. Quel giorno funesto, introdottosi di soppiatto nella sua stanza mentre dormiva, cercò di violentarla, ma riuscendo a scappare fra i canneti lungo il Tevere, la ragazza si rifugiò presso i fratelli maggiori a Monte dei Cenci, Francesco però presto la raggiunse a cavallo per ricondurla a casa.

Fonte. latinalacittaaperta

Segregata alla Petrella, Beatrice subiva ogni sorta di angheria fisica e morale da parte del padre, che addirittura la obbligava a “strigghiargli” la rogna, ovvero a grattarli via le pustole che aveva su tutta la parte inferiore del corpo, organi genitali compresi, assistendo spesso alla sua eccitazione sessuale, nonché all’espletamento dei suoi bisogni fisiologici. Esasperata ed avvilita provò ad inviare una supplica al Papa molto particolareggiata, in cui parlava anche a nome di Lucrezia, ma la lettera non giunse mai a destinazione; documento che avrebbe rappresentato una prova utile per dimostrare in seguito la legittima difesa. Ecco allora, che insieme alla matrigna ed i fratelli, che pure venivano tiranneggiati da Francesco, fu organizzato il delitto con due complici: Olimpio Calvetti  e Marzio Catalano. Fu così che la notte del 10 settembre 1598, dopo essere stato drogato con l’oppio, con l’ausilio di un martello, un chiodo gli fu conficcato in un occhio ed un altro nella gola. Francesco fu dunque ucciso dai due uomini, che poi ne precipitarono il corpo giù dal “mignano”, un terrazzino nell’orto. Ma il delitto fu compiuto in una maniera tanto approssimativa, da suscitare immediatamente i sospetti degli inviati di papa Clemente VIII, che dal sopralluogo rilevarono che la salma era fredda e non vi erano tracce di sangue sul terreno, nonostante le ferite; sangue che invece fu rinvenuto sul materasso e le lenzuola del letto del  Cenci, il che faceva supporre che la vittima fosse stata assassinata e successivamente lasciata cadere dal balcone. I sospetti si tramutarono in certezze, tanto che nel gennaio del 1599 tutti i complici furono arrestati, tranne Olimpio Calvetti, che fu ucciso in un agguato ordito da Monsignor Guerra, un giovane avviato alla carriera ecclesiastica ed addetto alla Corte del papa, introdotto in casa da Lucrezia allo scopo di aiutare Beatrice a trovare marito. Lui stesso fu costretto a scappare con un abile stratagemma per scampare al carcere, in quanto accusato di complicità.

Le prove raccolte a carico dei Cenci erano schiaccianti e sufficienti per mandare a morte gli imputati, ma la confessione era indispensabile affinché fosse certa la loro colpevolezza e la salvezza delle loro anime. Sottoporre i rei a tortura però, non era possibile senza il “Motu” proprio del Papa. Gli assassini erano di ceto elevato e senza autorizzazione papale erano intoccabili, ma, il 5 agosto 1599 Clemente VIII, emanò il Motu proprio Quemadmodum paterna clementia. L’atto fu recapitato al governatore di Roma Ferdinando Taverna, che lo consegnò all’istruttore nelle cause criminali Ulisse Moscato. Il documento dava piena facoltà al giudice di sottoporre a tortura gli indiziati. Appena iniziato il processo, ebbero luogo anche le torture e tra il dolore e i tormenti confessarono tutti. Il primo fu proprio Marzio Catalano, al quale bastò vedere la stanza delle torture per “vuotare il sacco“, sottolineando che la scelta del modus operandi era legata all’aver scartato l’ipotesi dell’agguato da parte di banditi e dell’uso del veleno nei pasti, perché Francesco pretendeva che Beatrice mangiasse e bevesse il suo stesso cibo; si decise pertanto di colpirlo nel suo letto. Seguirono le altre strazianti confessioni e per ultima quella  di Beatrice, non dopo essere stata torturata, in quanto non volle sottrarsi ai patimenti subiti dai suoi cari. “La giovane porge le mani, che le vengono legate dietro la schiena. E’ quindi applicata alla corda e sospesa un metro da terra. Le ossa delle braccia le escono dalle articolazioni, il petto le batte a ritmo affannoso. Tuttavia, non emette un lamento. Esclama semplicemente: ‘O Madonna Santissima aiutami’. E attende stringendo i denti, che il Moscato finisca di recitare l’Ave Maria. Soltanto al termine, mormora: ‘calatemi, che voglio dirti tutto’.” Calata dalla corda e senza neanche liberarle le mani e ricomporle le legature, la giovane, con altezzosa eleganza confessò.

In loro aiuto si mossero allora principi e cardinali, tanto che fu concessa una proroga di 25 giorni per presentare una difesa, ed i migliori avvocati di Roma convennero dinanzi al Pontefice allo scadere del 25° giorno. Per primo parlò l’avvocato Nicolò de Angelis, ma fu subito interrotto dal Papa: “Dunque a Roma si trovano non solo uomini che uccidono il loro padre, ma anche avvocati per difenderli!”. Solo l’avvocato Prospero Farinacci osò ribattere: “Noi non siamo qui per difendere il delitto ma per provare, se lo possiamo, che uno o molti di costoro sono innocenti!”.  Gli fu concesso di parlare per tre ore, durante le quali cercò anche di attenuare la colpa della giovane gridando allo stupro da parte del padre, ma lei negò, sperando di allontanare da sé il sospetto di aver ordito il parricidio per l’odio che portava nei confronti del genitore. Secondo gli storici, il processo non fu privo di vizi procedurali, tra i quali quello di impedire all’avvocato difensore di pronunciare la sua arringa conclusiva.                                                                                                         Con la finzione di comminare una pena che fosse d’esempio, e col preciso intento di impossessarsi degli ingenti beni della famiglia Cenci, Clemente VIII diede vita ad uno “spettacolo” terrificante, dove accorsero popolo e nobiltà e nulla fu trascurato tra: torture, un’accusa feroce pronunciata dall’abile Pompeo Molella ed una debole difesa, nonché una lunga attesa prima del colpo ferale. Vogliamo, pronunziamo, sentenziamo, decretiamo e dichiariamo che i predetti Giacomo, Bernardo, Beatrice Cenci e Lucrezia Petronia Velli, ritenuti colpevoli delle cose premesse, siano punibili secondo legge, affinché non possano in qualunque temo vantarsi di tanta scellerataggine e di tanto mostruoso delitto, ma la loro pena sia di esempio agli altri, in modo che non solo i figli si contengano nel dovere della pietà, ma siano atterriti e trattenuti dal commettere simili cose. Pertanto, condanniamo essi e ciascuno di essi alle pene seguenti: Giacomo all’ultimo supplizio e alla morte naturale, per cui sarà condotto sopra un carro per la città e intanto scarnificato con tenaglie roventi e quando sarà giunto al consueto luogo della giustizia dovrà essere percosso sul capo in maniera che muoia e la sua anima sia separata dal corpo, il quale verrà fatto in brani da appendere agli uncini del palco; Beatrice e Lucrezia parimenti all’ultimo supplizio e alla morte naturale, per cui siano condotte anch’esse al detto luogo e giustiziate e sia loro spiccato il capo dal busto.” A Bernardo, il fratello quindicenne, la decapitazione fu risparmiata grazie all’eloquenza di Farinacci, che convinse il Papa della sua estraneità ai fatti, ma fu stabilito che avrebbe dovuto assistere alle esecuzioni dei suoi cari seduto sul patibolo difronte alla mannaia, per poi trascorrere un anno in carcere ed in maniera perpetua destinato a “remigare sulle galee”. Di fatto fu accusato di non aver denunciato il complotto.

Il giorno dell’esecuzione Beatrice apparve come un fantasma: pallida e pure splendente di fiera bellezza nel lungo mantello scuro. Arrivata sotto il palco, alzò gli occhi all’azzurro cielo di quel sabato mattina. Salì e rivolse il suo ultimo sguardo al fratello Giacomo, che torturato precedentemente con i ferri infuocati, giunse sul luogo e poi ucciso da un colpo di mazza alla testa poggiata sul ceppo; il suo corpo fu quindi squartato con un “coltello da macellaro”, ed i pezzi esposti agli uncini del palco. Quando fu  il suo turno, la ragazza si adagiò da sola sulla panca per non essere toccata dal carnefice, posò quindi il capo sulla mannaia, che Giambattista Bugatti, detto Mastro Titta, il boia pontificio, calò impietosa. Nel frattempo il Papa era uscito dal Quirinale per recarsi a dir messa per l’anima dei Cenci a San Giovanni in Laterano. Terminata l’esecuzione, il corpo di Beatrice fu ricomposto e la testa posata su un vassoio d’argento dopo essere stata cinta da una corona di fiori bianchi. Veli neri ricoprirono le spoglie mortali, per poi essere calate in un loculo dell’abside di San Pietro in Montorio, luogo da lei diletto per recitare le preghiere. Ma così come in vita, neanche da morta la giovane riuscì ad avere pace, infatti nel 1799 durante l’occupazione francese, un soldato né profanò la tomba e dopo aver rubato il vassoio d’argento incominciò a giocherellare con disprezzo con il suo teschio, come fosse una palla, fino a polverizzarlo.

Beatrice non mancò di fare testamento, e numerosi furono i lasciti alle chiese, conventi e confraternite per celebrare messe in suo suffragio. Dispose poi che la Compagnia delle Sacre Stimmate di San Francesco fosse sua erede universale. Ma la sua generosità si estese anche alla famiglia di Olimpio, assegnando un lascito per sostenerne il figlio di 7 anni e la moglie.

Giuditta e Oloferne: Caravaggio e Artemisia Gentileschi

All’esecuzione pare fossero presenti anche Caravaggio, nonché la piccola Artemisia Gentileschi di soli 6 anni con il padre Orazio; due eccellenze italiane che sembra trassero ispirazione per i due dipinti di Giuditta e Oloferne. Ad assistere al pietoso spettacolo presenziava anche una giovane di 18 anni pronta per diventare monaca di nome Maddalena degli Onofri, che rimase sconvolta da tanta spettacolarizzazione della  morte, tanto che“… a veder stroncare la testa alla Cenci e schizzare il cervello dal capo di di Giacomo, è corsa via lacerandosi le vesti e graffiandosi per ogni dove. Infine, rinchiusasi in casa e afferrato un pestarolo con la destra, s’è tranciata di netto la sinistra, morendo dissanguata.”

La leggenda narra che ogni anno l’11 settembre, il giorno in cui fu uccisa, il fantasma di Beatrice appaia di sera sui bastioni di Castel Sant’Angelo per poi scendere preceduto da un venticello profumato verso il ponte, vicino al luogo dove fu decapitata. La triste storia della giovane non è mai stata dimenticata, divenendo ella stessa simbolo di ribellione alla violenza e ai soprusi del suo aguzzino, l’uomo che più di tutti avrebbe dovuto proteggerla ed amarla conducendola per mano, lungo il tortuoso sentiero della vita. La giovane è divenuta emblema di libertà per tutti coloro che anelano giustizia, tanto che nel 1999 a distanza di 400 anni dalla sua dipartita, per ricordarla a Roma fu organizzata una mostra con opere figurative e letterarie. Ricordiamo infatti il ritratto della Cenci attribuito per tradizione a Guido Reni, un dipinto di 25 x 50 conservato a Roma a Palazzo Bernini. Ma la tragica e violenta storia di questa fanciulla affascinò e sconvolse artisti quali Shelley, che addirittura ne teneva un’immagine sulla scrivania e nel 1819 compose una tragedia in versi a lei dedicata visto l’encomiabile atteggiamento con cui aveva affrontato il patibolo. Ed ancora, Melville la citò nel suo romanzo “Pierre o le ambiguità”, Hawthorne nel suo testo “Fauno di marmo” la rese un’icona malefica, Artaud trasformò la vicenda in una pièce teatrale “I Cenci”, dove immaginò il rimpianto della giovane nel non aver potuto godere della fanciullezza, nonché il terrore di rincontrare il padre all’inferno. Anche il nostro Moravia non fu immune alla sua storia, tanto che nella sua tragedia in prosa in tre atti messa in scena nel 1955, Beatrice inorridisce della sua colpa e desidera rinchiudersi in convento per riconquistare l’innocenza.

Beatrice Cenci di Harriet Hosmer. Fonte Wikimedia

La spada dell’esecuzione
Si tratta di una spada di giustizia risalente al XVI secolo, rinvenuta nel greto del Tevere, durante i lavori di scavo eseguiti nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Qui si ergeva il palco delle esecuzioni capitali e da qui si accedeva ai magazzini che custodivano gli “attrezzi” del boia. Quasi sicuramente si tratta della spada con cui furono decapitate Beatrice Cenci e Lucrezia Petroni. La lama della spada è lunga cm 101 e larga cm 5 nella sommità e cm 7 verso la base. L’impugnatura è in legno e misura cm 39. L’arma è conservata al museo Criminologico di Roma (www.museocriminologico.it).