Bella, formosa, simpatica ed anche economicamente agiata, Agostina Paglialonga si macchiò di ben tre omicidi.

La frizzante vedova era spesso attorniata da corteggiatori, alcuni con il solo intento di godere delle sue beltà, altri animati dall’onesto interesse di condurla all’altare. Fra questi va sicuramente annoverato un macellaio, bello e prestante, che ben soddisfava tutte le voglie della donna, che era nota per avere più che un sano appetito sessuale.

Naturalmente Agostina non fu insensibile al corteggiamento del giovane, che riuscì a fare breccia non solo nel suo cuore, pregustando ciò di cui si sarebbe saziato se l’avesse  sposata. Forse però, per quanto ghiotto fosse l’assaggio, l’idea che Agostina avesse 3 bambini: uno appena svezzato, il secondo di due anni e mezzo, il terzo di circa tre anni e mezzo, fu sufficiente a raffreddargli i bollori, tanto da farlo desistere dai buoni proponimenti matrimoniali. Messo infatti con le spalle al muro dalla Paglialonga visto il suo temporeggiare sul progetto del matrimonio, confessò che non se la sentiva di prendere in moglie una donna con 3 figli non suoi.

“È questo l’ostacolo unico?” gli chiese una sera l’Agostina, “questo soltanto”, rispose risoluto il macellaio. “Senza figli…” proseguì lei sorniona, “ti sposerei anco domani” garantì lui.

Agostina non pose altre domande e dopo aver trascorso insieme ben 3 ore in letizia, il macellaio andò via, dimenticando sul tavolo un’ascia, una di quelle che si utilizzano per spezzare le ossa, che aveva portato ad arrotare.

Le parole dell’uomo vorticavano però nella testa della donna, che non aveva alcuna intenzione di rinunciare al suo “stallone” a causa di tre marmocchi attaccati alle sottane, e così, rimasta sola, prese l’ascia dal tavolo e pervasa da un istinto omicida, senza esitazione entrò nella camera dove dormivano i bambini, li tolse ad uno ad uno dai lettini e li assassinò spaccando loro il petto ed il cranio, per poi ammonticchiarli come carne da macello, dopodiché li fece a pezzi. Portati in cucina li mise a bollire nella caldaia dove solitamente faceva il ranno per il bucato, ovvero il miscuglio di cenere di legno e acqua bollente usato all’epoca come detergente per lavare la biancheria. Con la stessa acqua ripulì il pavimento dalle macchie di sangue ed anche l’ascia, così da renderla nuovamente lucente.

Cotte che furono le tenere carni, le disperse nei campi, affinché cani ed altri animali se ne cibassero, non lasciando più alcuna traccia dei piccoli. Giunto il mattino, pensò di fare visita al suo amante, a cui riportò l’ascia dimenticata, informandolo anche che un fratello del marito defunto era venuto a prendere i bambini e che ora erano nel lontano villaggio dello zio. La stessa versione fu data a chiunque chiedesse notizia dei pargoli, vista la loro assenza.

Nonostante l’astuzia della donna però, l’abominio compiuto in nome del piacere carnale gridava vendetta dinanzi a Dio e la giustizia divina (così riportano le cronache) non tardò, perché l’attenzione di un medico fu attirata da un grosso cane entrato in Orvieto che mordicchiava un osso, che il dottore subito riconobbe essere la tibia di un bambino e così, fatte altre ricerche, i resti dei tre innocenti furono ritrovati e le accuse di tutti ricaddero sulla Paglialonga, che venne arrestata.

Senza provare alcun pentimento, la donna confessò e così la mattina del 5 maggio 1802, il noto boia dell’epoca, Giambattista Bugatti detto Mastro Titta, ebbe il compito di impiccarla.

L’atrocità del triplice delitto richiamò ad Orvieto molte persone provenienti dai paesi vicini, tanto che uscita dal carcere e trainata sul carro per recarsi nella piazza dove doveva compiersi l’esecuzione, il furore della folla e soprattutto delle donne fu tale, che nelle sue memorie il boia ricorda di aver temuto che sottraessero Agostina alla sua custodia.

Questa, accompagnata dal confessore, salì sul patibolo con passo fermo, senza alcun indugio, morendo coraggiosamente, ma marchiata dall’infamia dell’infanticidio.