Sulla rivista Scientific Reports, quest’oggi, è stata pubblicata una ricerca che ha visto collaborare le università di Copenaghen / Roma Tor Vergata / del Salento / della California e quella di Minas Gerais a Belo Horizonte in Brasile. Coadiuvate dal Parco Archeologico di Pompei, hanno potuto esaminare i resti scheletrici di due vittime della violenta eruzione del Vesuvio, ritrovati nella Casa del Fabbro. Grazie al loro ottimo stato di conservazione, i tecnici hanno estratto dai corpi la struttura genomica, che ha permesso di identificarli come un uomo tra i 35 e i 40 anni, e una donna over 50. Solo del primo si è potuto sequenziare il genoma grazie ad un’unica operazione, riuscendo a ricostruire, per la prima volta, il Dna di una delle vittime del Vesuvio, morta quel fatidico 79 d.C. Lo scheletro dell’uomo, in diversi punti, mostrava segni di una malattia non dissimile dalla tubercolosi, e i suoi tratti dovevano essere somiglianti a quelli della popolazione presente nell’Italia centrale che ha vissuto all’epoca dell’Impero Romano. Finora gli esperti avevano potuto analizzare unicamente frammenti mitocondriali non contenuti nel nucleo delle cellule. Quanto ritrovato ora, invece, dimostra come adesso sia possibile recuperare una sequenza genetica antica dai resti umani di Pompei, aprendo la possibilità a ricerche specialistiche in questa direzione.